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Il ricatto energetico |
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Si dibatte accesamente sui
combustibili e sul loro impiego per la produzione di energia, si sostengono
sistemi alternativi per ridurre
l’inquinamento e l’effetto serra dovuto (sic!) alle emissioni derivanti dalla
combustione. Si affrontano investimenti di miliardi per le tecnologie
alternative e per costruire strutture che consumino meno energia. Si sperperano
i soldi dei contribuenti in folli incentivi che sono un affare solo per chi
gestisce il business. Ci si pone il problema, ma nemmeno poi tanto, di quando
finiranno le scorte di petrolio, gas e carbone, ma non si procede con l’unico
progetto serio e realmente alternativo del nucleare civile. Ma il vero problema
è che ci stiamo avviando ad essere succubi, e quindi ricattati più o meno
palesemente, da chi oggi gestisce queste risorse e pare che chi governa non se
ne renda conto. Il petrolio è in mano ad una organizzazione di produttori che
gestisce il mercato, ma il loro numero è ancora abbastanza alto tanto da non
creare, al momento, problema di “cartello”; del carbone ci sono scorte più
ingenti, le miniere sono abbastanza sparse e, comunque, essendo il meno
pregiato, non dà eccessivo pensiero; il gas ha scorte, pare, leggermente
superiori al petrolio, ma l’uso sta crescendo in maniera esponenziale come
combustibile “pulito”, anche se produttore della famigerata CO2, ma di esso stiamo diventando schiavi di chi
si è accaparrato produzione propria e non. Oggi noi utilizziamo circa 90
miliardi di metricubi/anno di gas che proviene per la quasi totalità dalla
Russia e dall’Algeria. Se chiudono i rubinetti restiamo con i metanodotti
vuoti, case e uffici freddi e senza cucine. Sui rigassificatori la guerra
continua per le demenziali contestazioni di paranoici ambientalisti. Qualche
mente brillante ha esultato alla notizia recente dell’imminente avvio dei
lavori per la realizzazione del metanodotto di cui si parla da anni, che dalla
zona del Caspio dovrebbe portare il gas sino in Italia, a Otranto per la
precisione (a proposito, oggi contestano la caserma della Marina Militare a
Capo Otranto, domani quando arriverà il metanodotto sulla scogliera, cosa
faranno? Feste, balli e fuochi d’artifici tipo, per dire, “Festa dell’Unità?),
attraverso Turchia e Grecia. L’esultanza non tiene conto che, se sarà
realizzato, porterà sì nuove forniture di gas da noi, ma la provenienza sarà
sempre Gazprom, cioè Russia, che ha acquisito i diritti sulle estrazioni dai
Paesi intorno al Caspio e che diventerà ancora più potente nei nostri confronti
per la fornitura. Dall’altra sponda si può notare un magheggio, nemmeno troppo
occulto, dell’Algeria, che sta procedendo per estromettere le compagnie
internazionali dallo sfruttamento dei pozzi di petrolio e gas per acquisirne il
controllo totale, stessa manovra effettuata da Chavez in Venezuela. Anche il
Kazakhstan sta operando per cambiare le carte in tavole sugli accordi con le
compagnie che vi operano, che in buona sostanza significa più soldi per
estrarre (perchè oggi ha ancora bisogno della tecnologia occidentale) oppure
fuori, tanto ci sarà sempre qualcuno che subentrerebbe all’ENI (Gazprom?).
Quale scenario possiamo ipotizzare? Semplice: saremo alla mercè dei nostri
“amici” fornitori e pagheremo, o in soldi o in altri modi, sempre più
salatamente la “regolarità” della fornitura. Per il gas l’alternativa poteva e
può essere solo nei rigassificatori, realizzati, tra l’altro, con soldi freschi
di imprese private che fanno investimenti produttivi e che porterebbero ad un
regime di sana concorrenza, ma come già accennato facciamo la guerra contro. Ci
stiamo avviando ad un periodo di dipendenza energetica che ci esporrà
sicuramente a forme di pressione politica, economica, ma anche sociale e, chi
lo sa, forse anche religiosa, solo per non essere in grado di gestire le forniture
in modo da non assoggettare la Nazione alle lobbies di potere che si stanno
creando sfruttando le ultime riserve di combustibili tradizionali, in un’era
che ha sempre più fame di energia e nella quale i paesi privi di risorse
naturali, come l’Italia, possono sostenere la loro economia e il loro sviluppo
solo attraverso una intelligente politica di priorità per il bene comune. Ma
forse è proprio tutto qui il problema: nella parola “intelligente”, a meno
che.....non vogliamo pensare alla malafede.
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