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Il ricatto energetico
  
di Loris GASTALDO

IL RICATTO ENERGETICO

Si dibatte accesamente sui combustibili e sul loro impiego per la produzione di energia, si sostengono sistemi alternativi per ridurre l’inquinamento e l’effetto serra dovuto (sic!) alle emissioni derivanti dalla combustione. Si affrontano investimenti di miliardi per le tecnologie alternative e per costruire strutture che consumino meno energia. Si sperperano i soldi dei contribuenti in folli incentivi che sono un affare solo per chi gestisce il business. Ci si pone il problema, ma nemmeno poi tanto, di quando finiranno le scorte di petrolio, gas e carbone, ma non si procede con l’unico progetto serio e realmente alternativo del nucleare civile. Ma il vero problema è che ci stiamo avviando ad essere succubi, e quindi ricattati più o meno palesemente, da chi oggi gestisce queste risorse e pare che chi governa non se ne renda conto. Il petrolio è in mano ad una organizzazione di produttori che gestisce il mercato, ma il loro numero è ancora abbastanza alto tanto da non creare, al momento, problema di “cartello”; del carbone ci sono scorte più ingenti, le miniere sono abbastanza sparse e, comunque, essendo il meno pregiato, non dà eccessivo pensiero; il gas ha scorte, pare, leggermente superiori al petrolio, ma l’uso sta crescendo in maniera esponenziale come combustibile “pulito”, anche se produttore della famigerata CO2,  ma di esso stiamo diventando schiavi di chi si è accaparrato produzione propria e non. Oggi noi utilizziamo circa 90 miliardi di metricubi/anno di gas che proviene per la quasi totalità dalla Russia e dall’Algeria. Se chiudono i rubinetti restiamo con i metanodotti vuoti, case e uffici freddi e senza cucine. Sui rigassificatori la guerra continua per le demenziali contestazioni di paranoici ambientalisti. Qualche mente brillante ha esultato alla notizia recente dell’imminente avvio dei lavori per la realizzazione del metanodotto di cui si parla da anni, che dalla zona del Caspio dovrebbe portare il gas sino in Italia, a Otranto per la precisione (a proposito, oggi contestano la caserma della Marina Militare a Capo Otranto, domani quando arriverà il metanodotto sulla scogliera, cosa faranno? Feste, balli e fuochi d’artifici tipo, per dire, “Festa dell’Unità?), attraverso Turchia e Grecia. L’esultanza non tiene conto che, se sarà realizzato, porterà sì nuove forniture di gas da noi, ma la provenienza sarà sempre Gazprom, cioè Russia, che ha acquisito i diritti sulle estrazioni dai Paesi intorno al Caspio e che diventerà ancora più potente nei nostri confronti per la fornitura. Dall’altra sponda si può notare un magheggio, nemmeno troppo occulto, dell’Algeria, che sta procedendo per estromettere le compagnie internazionali dallo sfruttamento dei pozzi di petrolio e gas per acquisirne il controllo totale, stessa manovra effettuata da Chavez in Venezuela. Anche il Kazakhstan sta operando per cambiare le carte in tavole sugli accordi con le compagnie che vi operano, che in buona sostanza significa più soldi per estrarre (perchè oggi ha ancora bisogno della tecnologia occidentale) oppure fuori, tanto ci sarà sempre qualcuno che subentrerebbe all’ENI (Gazprom?). Quale scenario possiamo ipotizzare? Semplice: saremo alla mercè dei nostri “amici” fornitori e pagheremo, o in soldi o in altri modi, sempre più salatamente la “regolarità” della fornitura. Per il gas l’alternativa poteva e può essere solo nei rigassificatori, realizzati, tra l’altro, con soldi freschi di imprese private che fanno investimenti produttivi e che porterebbero ad un regime di sana concorrenza, ma come già accennato facciamo la guerra contro. Ci stiamo avviando ad un periodo di dipendenza energetica che ci esporrà sicuramente a forme di pressione politica, economica, ma anche sociale e, chi lo sa, forse anche religiosa, solo per non essere in grado di gestire le forniture in modo da non assoggettare la Nazione alle lobbies di potere che si stanno creando sfruttando le ultime riserve di combustibili tradizionali, in un’era che ha sempre più fame di energia e nella quale i paesi privi di risorse naturali, come l’Italia, possono sostenere la loro economia e il loro sviluppo solo attraverso una intelligente politica di priorità per il bene comune. Ma forse è proprio tutto qui il problema: nella parola “intelligente”, a meno che.....non vogliamo pensare alla malafede.

 

 

 


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