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TESTIMONE di GUERRA |
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Giorgio
Molina, nato a Foligno il 15 aprile del 1931, oggi pensionato residente a
Rimini, può considerarsi un “miracolato”: il 26 luglio 1944 doveva essere
fucilato dai tedeschi perchè detenuto in reclusione giudiziaria nel carcere di
Forlì in qualità di prigioniero politico. La
cattura della famiglia Molina, madre e due figli, assieme ad un’altra famiglia
i Signori Cavina di Riolo Bagni (RA), era avvenuta in località Madonna del
Ghiandolino frazione del Comune di Imola a seguito della segnalazione di un
sergente delle brigate nere, tale Terzi Dante fatta ai tedeschi perché era
venuto a conoscenza che quel cascinale di campagna era un punto di riferimento
dei partigiani della zona coordinati da Franco Franchini che aveva come nome
di battaglia “Romagna” e da Sergio
Benelli di Castel Bolognese che operava col nome di battaglia “Bologna”. Le
famiglie Molina, escluso il padre Biagio, e Cavina (in totale sette persone di
cui quattro ragazzi) furono portate nel carcere di Forlì. Furono interrogati e
picchiati dai tedeschi per avere informazioni sui partigiani. Infatti il fine
ultimo della cattura delle due famiglie era proprio quello di costringere il
padre di Giorgio, Biagio a consegnarsi ai tedeschi. Le
famiglie Molina, escluso il padre Biagio, e Cavina (in totale sette persone di
cui quattro ragazzi) furono portate nel carcere di Forlì. Furono interrogati e
picchiati dai tedeschi per avere informazioni sui partigiani. Infatti il fine
ultimo della cattura delle due famiglie era proprio quello di costringere il
padre di Giorgio, Biagio a consegnarsi ai tedeschi. Biagio
Molina era un medico ed era il capo di S.M. delle brigate partigiane nel
settore di Bologna e provincia
precisamente della Brg. Irma Bandiera, era conosciuto col nome di battaglia “il
dottore”. Biagio
Molina venuto a conoscenza della cattura dei suoi famigliari e dei Cavina si
presentò spontaneamente al carcere di Forlì nella speranza di cavarsela e di
vedere liberata la sua famiglia. In
precedenza, la notte del 6 luglio 1944, a Carpinello di Forlì fu ucciso un
caporal maggiore tedesco per motivi personali, si mormorava da un marito del
posto geloso, Dell’omicidio fu data la colpa ai partigiani, e come d’uso in
quel periodo da parte dei tedeschi, furono prelevati dieci prigionieri politici
che erano tenuti in ostaggio per essere fucilati. L’ufficiale
tedesco incaricato dell’esecuzione non si preoccupò neanche di scegliere i nomi
delle persone da fucilare, aprii il registro matricola della prigione e contò a
caso i dieci nomi di persone da uccidere tra i quali Giorgio Molina. Giorgio
non era in cella con gli altri perché si trovava ricoverato nell’infermeria del
carcere causa le botte ricevute durante gli interrogatori; a quel punto
l’ufficiale tedesco non si perse d’animo e ordinò al carceriere di sostituire
il nome di Giorgio con quello di Biagio e così fu fatto. All’alba
del 26 luglio 1944 i dieci ostaggi furono fucilati in località Pieve di Quinta
lungo la strada provinciale che da Forlì conduce a Cervia. In
omaggio a quelle persone ne pubblichiamo i nomi: Babini Don Francesco di anni
48; Bartolini Riziero di anni 17; Luccini Antonio di anni 40, Molina Biagio di
anni 37; Pallanti William di anni 40; Ridolfi Edgardo di anni 40; Romeo Mario
di anni 32; Zoli Antonio di anni 31; Zoli Luigi di anni 30. Il
giorno dopo l’eccidio tutti gli ostaggi furono liberati. I
Molina, vedova e orfani, andarono ad abitare a Bologna presso una zia materna e
successivamente sfollati nel Comune di Zola Predosa a casa della nonna. I
giorni successivi al trasferimento a causa di un bombardamento terroristico a
tappeto una bomba colpì il palazzo dove abitavano e sotto le macerie perirono
la madre di Giorgio Sig.ra Rosanna Benda e la sorellina di sei anni, Rita.
Giorgio fu estratto dalle macerie
ferito lievemente. Da
allora per Giorgio Molina inizia la vita di sbandato senza casa, senza denaro,
senza amici né parenti, vive della carità del prossimo, dorme nelle cantine e
nei rifugi di fortuna poi si costruisce una carriola e s’industria a
raccogliere bossoli di mitragliatrice e ferri vecchi che poi vendeva ai
raccoglitori e collaborava con i partigiani col nome di battaglia “formichino”. Signor
Molina, come è stata la sua vita successivamente al bombardamento di Zola
Predosa
dove perirono i suoi cari? Fui
tirato fuori delle macerie del palazzo crollato, malconcio, leggermente ferito
ma fortunatamente vivo, mentre mia nonna fu estratta gravemente ferita ad una
gamba e trasportata in un ospedale da campo tedesco per poi essere mandata a Bologna. Continuai
per quanto possibile la collaborazione con i partigiani fornendo notizie sui
movimenti delle truppe in città e sulla consistenza dei reparti. Ho condotto
una vita da cane randagio, per mangiare mi recavo al forno del sig. Pigna che
per carità cristiana mi dava un pezzo di pane e qualche signora un pezzettino
di formaggio e mi arrangiavo come meglio potevo assieme ad altri due ragazzi
sbandati. Ha
partecipato in modo attivo o di supporto a qualche azione militare con i
partigiani?
In
modo attivo, combattente, no. Ma una volta ero in compagnia di tre di loro in località “la piana” nei
pressi della Madonna del Giandolino frazione di Imola che avevano i nomi di
battaglia ‘lo Smilzo’, ‘Romagna’ e ‘Bologna’ e mentre prendevamo accordi su
come sabotare una trebbiatrice per evitare che i tedeschi portassero via il
grano ai contadini, arrivarono due tedeschi a bordo di un carretto trainato da
un cavallo requisito ad un contadino della zona. I due militari erano in giro
per i casolari di campagna in cerca di cibo. Ci intimarono di alzare le mani e
di avvicinarci, invece di ubbidire i miei tre compagni tirarono fuori le
pistole e iniziò una breve sparatoria che si concluse con la fuga dei tedeschi
da una parte della collina e dei partigiani dall’altra parte.
L’ANPI e l’ex PCI hanno sempre sostenuto che la città di
Bologna era pronta ad insorgere contro i fascisti e i tedeschi prima del 25
aprile e che essa fu liberata dai partigiani. Avevo
saputo tramite compagni in attività che la notte del 20 aprile doveva svolgersi
una riunione tecnico-tattica tra i responsabili del CNL e quelli dei reparti
operativi per organizzare la liberazione della città e dare battaglia alle
forze nazi-fasciste. Ma non conosco per quali ragioni le bande partigiane,
circa 300 uomini armati, non entrarono in Bologna e non impegnarono in
battaglia il nemico. Invece si spostarono nella bassa bolognese già libera.
La
mattina del 21 aprile 1945 alle ore 6 circa mi trovavo insieme con un altro
giovane sbandato originario della provincia di Lecce, Matteo Scarpa, fuori
Porta Mazzini con la carriola per raccogliere i bossoli. Improvvisamente
sentimmo il rombo di un motore e ci venne vicino una motocicletta con a bordo
due ragazzi italiani che vestivano la divisa dell’esercito inglese, si
fermarono e ci chiesero. “ Ehi! ragazzi avete visto in giro tedeschi o
fascisti?”. Restammo sbigottiti! Matteo
ed io, preoccupati, rientrammo in città e nel giro di un’ora entrarono da Porta Mazzini percorrendo strada Maggiore il primo reparto
di militari italiani della divisione Legnano a bordo di sei camionette
Chevrolet scortate da bersaglieri motociclisti italiani seguiti da carri armati
inglesi con truppe polacche. Nella mattinata entrarono anche le altre truppe
alleate e finalmente quando arrivammo in Piazza Maggiore vedemmo qualche
partigiano con la fascia rossa al braccio con la scritta CNL. I giorni successivi la liberazione di
Bologna ha assistito ad esecuzioni sommarie di fascisti o ritenuti tali? Non
sono mai stato presente ad esecuzioni, ma ho visto poco tempo dopo i cadaveri
di fascisti fucilati dai partigiani,
precisamente a Porta Lame nei pressi delle rovine della manifattura dei
tabacchi sei/sette cadaveri distesi sul pavimento di un salone mezzo diroccato
e due partigiani armati di mitra che “fingevano” di allontanare i pochi
curiosi. Si affermava che gli alleati avessero dato ai partigiani cinque giorni
di “carta bianca” per mettere ordine nella città, ma tale concessione fu
revocata dopo 24 ore causa gli abusi dei partigiani e le rimostranze dei
cittadini. Gli alleati avrebbero intimato ai partigiani di consegnare le armi
al comando inglese situato in località “ Prati di Caprara” sulla via provinciale
per Modena a Borgo Panigale. Perché
le sinistre hanno taciuto sulla guerra civile italiana 1943-46 ed hanno
esaltato solo e sempre le imprese della resistenza?
I
motivi sono molti e il discorso è troppo lungo. Ritengo che le componenti PCI e
PSI in seno alle bande armate fossero in maggioranza ed hanno fatto pesare
questa situazione e con abilità
propagandistica, il tutto condito da una montagna di bugie abilmente
diffuse dal loro potente apparato hanno travisato sempre la realtà dei fatti
per loro tornaconto politico. Il fine ultimo cui miravano le sinistre è noto
ormai a tutti: “Impadronirsi del potere
e consegnare l’Italia all’Unione Sovietica”. Ma grazie alle elezioni
politiche del 18 aprile 1948 l’Italia si salvò con notevole disappunto delle sinistre.
Nel
1989, Lei ha avuto conoscenza di una trasmissione televisiva su Rai tre
denominata “La mia Guerra”, chiese di partecipare alla trasmissione, La
chiamarono a Roma e poi come finì?
Dopo
alcuni giorni dalla spedizione della lettera ricevetti una telefonata dalla Rai
che mi invitava presso la sede di Roma con la mia documentazione. Alla fine del
mese di gennaio 1990 mi recai a Roma presso la sede Rai-TV. Giuntovi fui
accolto da alcuni responsabili della trasmissione tra cui la conduttrice Enza
Sampò. Sentirono il mio racconto e mi “consigliarono” di rivedere alcune
vicende, ad esempio, dovevo dire che Bologna era stata liberata da
un’insurrezione dei partigiani piuttosto che essere stata abbandonata dai
tedeschi e dai fascisti. A questo punto esacerbato e disgustato dal
comportamento e dall’insistenza della Signora Sampò che voleva farmi dire in
televisione ciò che voleva lei, mi allontanai senza chiedere neanche il
rimborso spese che mi spettava. Lei è stato segretario dell’AMPI
provinciale di Rimini, perché lasciò l‘incarico? Mi
preme precisare che non lasciai l’incarico di segretario dell’AMPI cui ero
stato eletto dall’8° Congresso circondariale tenutosi a Rimini il 16 e 17
ottobre 1976, ma fui defenestrato perché nell’anno 1977 avevo ritenuto opportuno
non rinnovare la tessera del PCI.
Può dare un giudizio personale sull’esecuzione di
Mussolini e della Petacci? L’uccisione
della Petacci fu un autentico delitto comune, un assassinio perché lei non
aveva mai avuto influenza politica sulle decisioni del Duce. Per quanto
riguarda Mussolini la sua esecuzione sommaria fu un assassinio politico voluto
dai vertici dai PCI. In particolare da Togliatti, Longo, e Pertini, soprattutto
quest’ultimo che verso il Duce nutriva rancore per motivi personali.
A
mio parere Mussolini non doveva essere ucciso ma dopo la cattura essere processato perché tutti gli italiani e tutto il mondo avevano il
diritto di conoscere i fatti e gli avvenimenti che si erano succeduti nel ventennio ed in particolare le
relazioni con i capi di Stato della Germania e della Gran Bretagna. Dopo il 25 aprile 1945 com’è stata la Sua vita? Dopo
la liberazione ho convissuto per un anno con uno zio chi mi fece da tutore,
poi nel 1946 fui ammesso al convitto scuola della Rinascita
“A. Livi ex partigiani e reduci” di Milano per proseguire gli studi. Nel 1950,
all’età di 19 anni fui dimesso con il diploma d’analista chimico.
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