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Da Courbet a Fattori |
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Un inedito itinerario
all’interno della pittura della “macchia”, volto a studiare con rinnovata
attenzione il suo sfaccettato, ma sempre originale e rigoroso rapporto con “i
princìpi del vero” e il suo attento rapportarsi alle contemporanee ricerche
europee, è offerto da una avvincente mostra allestita nelle sale del Castello
Pasquini di Castiglioncello ed intitolata “Da Courbet a Fattori. I princìpi del
vero”. Curata da Francesca Dini, l’esposizione prende avvio dagli spunti che i
Macchiaioli ricevettero dagli splendidi dipinti di paesaggio conservati nella
collezione Demidoff, meta di immancabili visite nella omonima villa di Firenze,
per documentare le prime curiosità parigine nei confronti della pittura di
Barbizon, ma anche, e soprattutto, l’adesione estetica, oltre che sociale,
morale e politica ai princìpi del Realismo, conosciuti e studiati attraverso
gli scritti di Proudhon. L’attenzione è focalizzata su un
momento particolarmente fecondo dell’esperienza macchiaiola, che la vede a
confronto con l’urgenza realistica e in lotta contro ogni forma di accademismo.
Viene presentato un nucleo eccezionale di opere di Gustave Courbet (tra cui il
famoso “Bracconieri” conservato nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di
Roma), considerate, proprio per il tramite degli scritti di Proudhon, che ne fu
attento e originale esegeta, quali interlocutrici ideali di quel rigore etico,
intellettuale e artistico che animò le ricerche della “macchia”, dagli esordi
condivisi con entusiasmo da tutti i componenti del gruppo (in mostra splendidi
dipinti di Costa, De Tivoli, Abbati, Borrani, D’Ancona, Banti, quasi tutti mai
esposti a Castiglioncello), sino agli esiti solitari, straordinariamente
originali e innovativi, degli ultimi Signorini, Lega e Fattori. A partire dagli anni Trenta
dell’Ottocento, la pittura di paesaggio, attraverso l’esempio di Barbizon e di Corot,
teso ad instaurare un più “vero” rapporto con la natura, esercita enorme
influenza sui Macchiaioli, come documenta nella prima sezione della mostra, tra
gli altri, il bellissimo quadro di Telemaco Signorini intitolato “Uliveta
d’Antignano”. Sull’esempio di Courbet, ma anche di Isabey e di Troyon, l’arte
macchiaiola si apre all’amore per la natura indagata anche nei suoi aspetti più
nascosti e all’osservazione della vita quotidiana, che irrompe nelle tele dello
stesso Signorini, di Lega e Fattori. I quali, intorno agli anni Ottanta, pur
restando fedeli ai temi precipui del Realismo, tenderanno a sviluppare i loro
individuali ed originali percorsi, documentati, ciascuno, da una apposita
sezione della mostra. In particolare, Signorini approderà ad una sempre
maggiore tipizzazione dei volti e delle situazioni, dando sempre più valore al
“carattere”; Lega si dedicherà ad una esplorazione lirica dei volti delle donne
del Gabbro; mentre Fattori affermerà una spazialità moderna e il senso
conoscitivo della forma nel realismo integrale delle grandi tele dedicate al
lavoro e ai riti della campagna maremmana.
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