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Giustizia: quale riforma? |
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Sicurezza, certezza della pena,
durata dei processi, intercettazioni, separazione delle carriere: i nodi di un
sistema giudiziario Uno dei punti fondamentali del
programma dell’attuale Governo è la riforma del sistema giudiziario: dalla
separazione delle carriere dei magistrati con una differenziazione netta e
permanente delle stesse, alla semplificazione dell’iter processuale, alla
regolamentazione delle intercettazioni (soprattutto relativamente alla mole di
intercettati ed all’uso delle stesse), alla certezza della pena ed
all’equilibrio della stessa. Il progetto non appare semplice da realizzare, sia
per la complessità della materia e per gli innumerevoli effetti pratici dei
cambiamenti ipotizzati, sia per la resistenza corporativa della Magistratura
che la vede come una limitazione alla sua indipendenza. Il rischio è che si
cambi tutto per non cambiare nulla. Che si vari una megariforma che alla fine
diventi inapplicabile. Quello che interessa il
cittadino è che la riforma dia delle risposte chiare, forti e non
personalizzabili alle problematiche della società in cui vive. Partendo dalla
sicurezza, che non è solo un problema di Interni o delle forze di Polizia, alla
certezza della pena, alla sua commisurazione alla gravità dei reati,
soprattutto a quelli contro la persona, alla uniformità della stessa, alla
durata dei processi, all’indirizzo della priorità dell’azione penale verso
inchieste per reati in ordine di gravità per non disperdere risorse umane ed
economiche, alla effettiva responsabilità del magistrato con sanzioni serie e
tangibili. Sull’argomento sicurezza il peso
di una riforma della giustizia appare evidente quando si pensa che molto spesso
il magistrato rimette in libertà il delinquente subito dopo l’arresto, in accondiscendente
accoglimento di motivazioni demagogiche o ideologiche, che non considerano la
gravità del rimettere in libertà violenti, ladri recidivi, stupratori,
rapinatori, sfruttatori di donne e bambini e spacciatori. Questo modo di
procedere inficia il lavoro delle Forze di Polizia, già in grave carenza di
risorse economiche ed umane, e rende ‘invitante’
l’Italia al parco delinquenti internazionale, soprattutto rumeno ed
albanese. Il secondo punto è la certezza
della pena, che oggi pare certa solo per Contrada, Servitore dello Stato,
autore di innumerevoli azioni di spicco contro la mafia (forse troppe?),
condannato sulla base di delazioni di personaggi più volte giudicati (dagli
stessi magistrati) inattendibili, ma per chi stupra, ammazza, rapisce, rapina
con violenza o prepara attentati, la pena pare una ipotesi non preoccupante,
soprattutto se straniero (sempre rumeno o extracomunitario). E la stessa pena
appare non commisurata alla gravità del reato e di variabile entità a seconda
della fantasia del magistrato (ad esempio l’assoluzione dell’egiziano che ha
picchiato un italiano che aveva rivolto la parola a sua moglie, con la
motivazione che fa parte della sua cultura!!!). Anche la durata dei processi è
un assurdo tutto italiano, dove per anni qualche magistrato porta avanti
processi basati su teoremi che fanno solo perdere tempo al sistema senza
condanne di nessuno, ne è un esempio la storia di Tangentopoli, con inchieste a
carico di centinaia di persone, processi interminabili, carcerazioni preventive
e quant’altro, per poi giungere al risultato finale di condanne praticamente
zero. Quanti miliardi sono stati sprecati, quante persone sono state impegnate
e distolte da altro lavoro senz’altro più importante, quanti innocenti sono
stati messi alla gogna, per che cosa? Per nulla. Però tutti i magistrati che vi
hanno lavorato hanno fatto carriera, e non solo in magistratura, ma anche in
politica! Senza responsabilità alcuna, anche dei suicidi per disperazione di
qualche disgraziato indagato con metodi da inquisizione. E quante inchieste si fanno oggi
per vedere se Tizio ha raccomandato una velina, se Caio ha frequentato una
ballerina che poi è apparsa in TV o se Sempronio ha avuto una relazione con
qualche personaggio che ha fatto carriera. Tutto questo con l’aiuto di
centinaia, migliaia di ore di intercettazioni a cascata dalle quali nessuno può
dirsi franco, perché non si sa mai quanto sia lunga la catena. Intercettazioni
che poi vengono date in pasto alla stampa che per ‘dovere di cronaca’ pubblica tutto, anche fatti privati e di nessuna
rilevanza penale. Tutto alla faccia della ‘privacy’
per la quale il presidente della Polisportiva parrocchiale deve blindare i
dati personali degli iscritti (nome e cognome, data di nascita e residenza)
pena denuncia penale e condanna sicura (a proposito della commisurazione della
pena al reato!!), ma la divulgazione di conversazioni personali avviene con
incredibile facilità e senza alcun rischio. Alla luce di tutto questo la
riforma della giustizia, con annessi e connessi, appare quanto mai urgente e
necessaria, perché tutte queste situazioni anomale, dove chi ruba la mela per
fame rischia di finire in galera e che venga buttata la chiave, mentre chi
compie reati orribili torna subito libero, alla faccia delle vittime, più
colpevolizzate del reo, dove si sprecano miliardi per inchieste che finiscono
nel nulla, dove pluriassassini mafiosi vengono rimessi in libertà per
decorrenza dei termini e dove il ‘calabraghismo’
ideologico differenzia reati se commessi da extracomunitario o appartenente
a minoranze etniche o da italiano, soprattutto se cristiano, finiscano e
l’Italia diventi davvero un Paese di diritto. E sicuro per i suoi Cittadini.
Italiani in particolare.
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