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Giustizia: quale riforma?
  
di Loris GASTALDO

GIUSTIZIA: QUALE RIFORMA

Sicurezza, certezza della pena, durata dei processi, intercettazioni, separazione delle carriere: i nodi di un sistema giudiziario

 

Uno dei punti fondamentali del programma dell’attuale Governo è la riforma del sistema giudiziario: dalla separazione delle carriere dei magistrati con una differenziazione netta e permanente delle stesse, alla semplificazione dell’iter processuale, alla regolamentazione delle intercettazioni (soprattutto relativamente alla mole di intercettati ed all’uso delle stesse), alla certezza della pena ed all’equilibrio della stessa. Il progetto non appare semplice da realizzare, sia per la complessità della materia e per gli innumerevoli effetti pratici dei cambiamenti ipotizzati, sia per la resistenza corporativa della Magistratura che la vede come una limitazione alla sua indipendenza. Il rischio è che si cambi tutto per non cambiare nulla. Che si vari una megariforma che alla fine diventi inapplicabile.

Quello che interessa il cittadino è che la riforma dia delle risposte chiare, forti e non personalizzabili alle problematiche della società in cui vive. Partendo dalla sicurezza, che non è solo un problema di Interni o delle forze di Polizia, alla certezza della pena, alla sua commisurazione alla gravità dei reati, soprattutto a quelli contro la persona, alla uniformità della stessa, alla durata dei processi, all’indirizzo della priorità dell’azione penale verso inchieste per reati in ordine di gravità per non disperdere risorse umane ed economiche, alla effettiva responsabilità del magistrato con sanzioni serie e tangibili.

Sull’argomento sicurezza il peso di una riforma della giustizia appare evidente quando si pensa che molto spesso il magistrato rimette in libertà il delinquente subito dopo l’arresto, in accondiscendente accoglimento di motivazioni demagogiche o ideologiche, che non considerano la gravità del rimettere in libertà violenti, ladri recidivi, stupratori, rapinatori, sfruttatori di donne e bambini e spacciatori. Questo modo di procedere inficia il lavoro delle Forze di Polizia, già in grave carenza di risorse economiche ed umane, e rende ‘invitante’ l’Italia al parco delinquenti internazionale, soprattutto rumeno ed albanese.

Il secondo punto è la certezza della pena, che oggi pare certa solo per Contrada, Servitore dello Stato, autore di innumerevoli azioni di spicco contro la mafia (forse troppe?), condannato sulla base di delazioni di personaggi più volte giudicati (dagli stessi magistrati) inattendibili, ma per chi stupra, ammazza, rapisce, rapina con violenza o prepara attentati, la pena pare una ipotesi non preoccupante, soprattutto se straniero (sempre rumeno o extracomunitario). E la stessa pena appare non commisurata alla gravità del reato e di variabile entità a seconda della fantasia del magistrato (ad esempio l’assoluzione dell’egiziano che ha picchiato un italiano che aveva rivolto la parola a sua moglie, con la motivazione che fa parte della sua cultura!!!).

Anche la durata dei processi è un assurdo tutto italiano, dove per anni qualche magistrato porta avanti processi basati su teoremi che fanno solo perdere tempo al sistema senza condanne di nessuno, ne è un esempio la storia di Tangentopoli, con inchieste a carico di centinaia di persone, processi interminabili, carcerazioni preventive e quant’altro, per poi giungere al risultato finale di condanne praticamente zero. Quanti miliardi sono stati sprecati, quante persone sono state impegnate e distolte da altro lavoro senz’altro più importante, quanti innocenti sono stati messi alla gogna, per che cosa? Per nulla. Però tutti i magistrati che vi hanno lavorato hanno fatto carriera, e non solo in magistratura, ma anche in politica! Senza responsabilità alcuna, anche dei suicidi per disperazione di qualche disgraziato indagato con metodi da inquisizione.

E quante inchieste si fanno oggi per vedere se Tizio ha raccomandato una velina, se Caio ha frequentato una ballerina che poi è apparsa in TV o se Sempronio ha avuto una relazione con qualche personaggio che ha fatto carriera. Tutto questo con l’aiuto di centinaia, migliaia di ore di intercettazioni a cascata dalle quali nessuno può dirsi franco, perché non si sa mai quanto sia lunga la catena. Intercettazioni che poi vengono date in pasto alla stampa che per ‘dovere di cronaca’ pubblica tutto, anche fatti privati e di nessuna rilevanza penale. Tutto alla faccia della ‘privacy’ per la quale il presidente della Polisportiva parrocchiale deve blindare i dati personali degli iscritti (nome e cognome, data di nascita e residenza) pena denuncia penale e condanna sicura (a proposito della commisurazione della pena al reato!!), ma la divulgazione di conversazioni personali avviene con incredibile facilità e senza alcun rischio.

Alla luce di tutto questo la riforma della giustizia, con annessi e connessi, appare quanto mai urgente e necessaria, perché tutte queste situazioni anomale, dove chi ruba la mela per fame rischia di finire in galera e che venga buttata la chiave, mentre chi compie reati orribili torna subito libero, alla faccia delle vittime, più colpevolizzate del reo, dove si sprecano miliardi per inchieste che finiscono nel nulla, dove pluriassassini mafiosi vengono rimessi in libertà per decorrenza dei termini e dove il ‘calabraghismo’ ideologico differenzia reati se commessi da extracomunitario o appartenente a minoranze etniche o da italiano, soprattutto se cristiano, finiscano e l’Italia diventi davvero un Paese di diritto. E sicuro per i suoi Cittadini. Italiani in particolare.

 

 


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