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IL CA.libro/ Giovanni Messe, "la volte del deserto" salentina |
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stato pubblicato da Congedo (Galatina) un interessante volume di saggi sulla
vicenda umana di un personaggio che andrebbe certamente riscoperto. Il volume Il Maresciallo d’Italia Giovanni Messe è
curato da Italo Garzia, Carmelo Pasimeni e Domenico Urgesi che hanno raccolto
gli atti del convegno di studi tenuto a Mesagne nell’ottobre 2000. Il
volume, dopo i saluti delle autorità, raccoglie i saggi di Garzia, Urgesi,
Leopoldo Nuti, Rosita Orlandi, Enrico Boscardi, Aldo Giambartolomei, Enzo Poci,
Rosario Jurlaro, Gianfranco Messe. È
arduo riassumere in poche righe la vita così intensa di questo protagonista
della storia italiana che se avesse combattuto nell’esercito dei vincitori
avrebbe avuto maggior fortuna e gloria. Giovanni
Messe nacque a Mesagne (Brindisi) il 10 ottobre 1883 da modesta famiglia.
Partito volontario nel 1901, partecipò al Corpo di Spedizione internazionale
contro i Boxer in Cina (1903), quindi combatté in Libia (1911-2) e durante la
Prima Guerra Mondiale diventò pluridecorato comandante (“adorato dai soldati”
che attaccano al grido di “Messe” anziché “Savoia”!) del IX reparto d’assalto
(Arditi) combattendo nelle battaglie dell’Isonzo, del Grappa ed a Vittorio
Veneto (verrà ferito 3 volte). Dal 1923 al 1926 fu Aiutante di Campo del Re,
nel 1939 fu Vicecomandante del corpo di spedizione in Albania, nel 1940-1
partecipò alla Campagna di Grecia evitando ulteriori danni all’esercito messo
in difficoltà dalla resistenza dei greci e meritando la promozione a generale
di Corpo d’Armata. Nel 1941-2 ebbe il comando del C.S.I.R. (Corpo di Spedizione
Italiano in Russia, poi A.R.M.I.R.) inviato in Russia da Mussolini con armi
superate e senza mezzi. Nonostante
ciò Messe, grazie al suo ascendente sulle truppe, riuscì a conquistare Stalino,
il bacino del Donez e nella Battaglia di Natale l’esercito italiano non solo
resistette alla controffensiva russa ma addirittura contrattaccò guadagnandosi
la stima degli scettici tedeschi. Con la franchezza che lo caratterizzava inviò
rapporti dettagliati sulla situazione a Mussolini (fu uno dei pochi che ebbe il
coraggio di protestare con Mussolini per le pessime condizioni logistiche e
d’armamento delle truppe italiane inviate in Russia e, più tardi, in Africa),
ma fu rimpiazzato dal più anziano, ma meno deciso ed indipendente, gen.
Gariboldi al comando dell’A.R.M.I.R. Il
Duce lo incaricò di comandare le truppe italiane in Africa settentrionale
(Messe fece notare al Duce che era una “partita persa” ma, da buon soldato,
ubbidì) affiancando, per la conduzione strategica delle operazioni, il generale
Rommel che aveva il comando sul campo. L’arrivo di Messe, che godeva tra le
nostre truppe di una fama leggendaria, galvanizzò i soldati italiani anche
perché, le sue qualità umane (amava vivere tra i suoi soldati) gli consentirono
di ottenere il massimo dai suoi uomini nonostante le truppe italiane fossero
nettamente inferiori di mezzi. Perfino Rommel (“la volpe del deserto”) stimava
Messe e gli lasciò il comando quando, malato, rientrò in Germania (9.3.1943).
Al comando delle truppe italo-tedesche Messe, “la volpe del deserto salentina”,
riuscì a organizzare (intervenendo di persona in prima linea accanto ai
soldati) una “ferma, disperata resistenza” (dirà Montgomery in un messaggio a
Londra) nella Battaglia del Mareth (16-31.3.1943) e dell’Uadi Akarit e nella
inevitabile ritirata in cui riuscì comunque a opporre agli inglesi una efficace
guerra di movimento. Hitler in persona pregò Mussolini di non far sapere che
Rommel era assente dal fronte, e gli inglesi combatterono per 2 mesi contro gli
italo-tedeschi convinti di combattere contro Rommel (4 battaglie in 58 giorni).
Gli scontri furono durissimi, ma i soldati italiani, inferiori in tutto, si
batterono da leoni. Caduta Tunisi, Messe si arroccò a sud della città con le
truppe rimaste rifiutando la resa. L’11 maggio il generale tedesco Von Armin,
dopo aver elogiato le truppe italiane che “si sono battute magnificamente”, si
arrese. Messe restò con i suoi deciso a resistere ad oltranza. Ma il 12 maggio
Messe fu promosso Maresciallo d’Italia da Mussolini e, per ordine dello stesso
Duce, il giorno dopo firmò la resa delle truppe italiane in Africa. “Cadrà prigioniero anche il Maresciallo
Messe, intrepido combattente in Russia, che inviato in Tunisia, dopo una
brillante quanto inutile difesa, deciderà volontariamente di seguire la sorte
dei suoi soldati” (scrive lo storico Arrigo Petacco). Imprigionato
nel Regno Unito (dove fu accolto con ogni riguardo dai generali inglesi
guadagnandosi l’accusa di tradimento da Mussolini), fu rimpatriato il
18.11.1943 come Capo di stato maggiore delle forze armate del Governo Badoglio
(fino al 1.5.1945), attività che svolse con entusiasmo e competenza,
appoggiando le attività dei partigiani ed organizzando le truppe del Regno del
Sud per la “cobelligeranza” con gli alleati. Ma gli alleati, che non volevano
che l’Italia sconfitta partecipasse da vittoriosa alle trattative di pace, non
appoggiarono i suoi sforzi. Finita la guerra Messe scrisse vari volumi sulla
sua attività militare, articoli per giornali e fu senatore della Repubblica
(dal 1953 alla morte avvenuta a Roma nel 1968). Per
Arrigo Petacco fu “uno dei più brillanti
ufficiali italiani del momento, un uomo attivo, dinamico, con una concezione moderna
della guerra, che non ha paura di raggiungere le prime linee anche sotto il
fuoco nemico”. Messe fu un generale che, lontano dagli intrighi e fedele
servitore dello Stato, la carriera se la conquistò sui campi di battaglia alla
guida di uomini che sapeva trascinare in battaglia col suo esempio. Pur uscendo
sconfitto (ed erano battaglie perse in partenza), Messe fu uno dei pochi che
riuscì a tenere alto l’onore militare dell’esercito italiano durante la II
Guerra Mondiale, una “vittoria” morale per i tanti giovani mandati allo
sbaraglio per le manie imperialiste di chi quella terribile guerra scatenò. Ai
quei Caduti si addice di certo la celebre frase scolpita da Paolo Caccia
Dominioni sulla lapide del cimitero degli italiani di El-Alamein “Non mancò il valore ma la fortuna”.
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