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Il paesaggio interiore di George Tatge

  
di Michele DE LUCA

Presenze

Una mostra del fotografo italo-americano a Villa Bardini di Firenze

 

     “Non mi viene in mente nessun altro fotografo a parte George Tatge, la cui costante dedizione ad una forma di espressione così venerabile – la pellicola in bianco e nero, la macchina fotografica di grande formato, la stampa estremamente curata – lo ha portato ad approfondire uno sguardo fotografico insolito e illusoriamente complesso. Egli riesce ad essere tradizionale e sorprendentemente originale al tempo stesso, introducendo nel mezzo espressivo il suo linguaggio particolare”; ci introduce così nel percorso della bella mostra del fotografo George Tatge, allestita nelle sale di Villa Bardini (Costa S. Giorgio, 2) a Firenze, Jane Livingston (autrice, di un interessante testo in catalogo edito da Polistampa, in cui si possono leggere anche contributi di Walter Guadagnini, curatore della mostra), la quale aggiunge: “Prendendo come spunto i paesaggi dell’Italia, dove vive dal 1973, prima a Todi e poi a Firenze, Tatge ha realizzato un corpus di fotografie che lascia trasparire – e quindi rivela apparentemente – le stratificazioni che compongono i luoghi che egli mette a fuoco con il suo obiettivo. Di quei luoghi, egli annota l’evoluzione e l’immutabilità e indaga lo stretto rapporto che lega l’uomo a questi luoghi”.

     Dall’Alto Adige alla Sicilia, di una terra satura di rimandi mitologici, storici e religiosi, in questo nostro “Bel Paese” con la sua inseparabile macchina a soffietto Deardorff, capace di produrre negativi di grande formato, Tatge ha realizzato le sue affascinanti inquadrature che “documentano” (le sue immagini non sono mai “usate” come metafore), e si sfogliano davanti al nostro sguardo come pagine di un libro di poesie che raccontano, una per una, storie, frammenti, sensazioni, nel rigore del bianco e nero: immagini che non proclamano verità, né intese a restituire i cosiddetti “momenti decisivi” di Cartier-Bresson, ma che pongono quesiti sull’uomo e sulla sua presenza (come suggerisce il titolo della mostra) su questa terra; ecco, queste foto, come la bellissima serie degli “orti” ammirata in una recente mostra al MAXXI di Roma, “implicano “ la presenza dell’uomo, il suo passaggio la traccia delle sue scarpe, del suo lavoro, delle sue tradizioni, della sua cultura. E per questo sono immagini davanti alle quali bisogna sostare a lungo, perché tante sono le chiavi di lettura, tanti gli stimoli che offrono alla sensibilità e alla capacità critica di chi le guarda. 

                   Presenze. Paesaggi italiani è appunto il titolo di questo appassionante, insolito (perché assolutamente fuori dagli stereotipi del “genere”) e talvolta inquietante  che gli accurati scatti di Tatge ci fanno ripercorrere, nell’ambito peraltro di una meritoria iniziativa che l’Ente Cassa e Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron propongono nel contesto di un programma che ha per scopo la valorizzazione del paesaggio e del rapporto tra uomo e natura. Nato a Istanbul, educato negli Stati Uniti, prima giornalista e poi fotografo, Tatge si è stabilito ormai da due decenni a Firenze, dove ha lavorato a lungo come direttore della fotografia della ‘Fratelli Alinari’. Ha pubblicato libri, partecipato a una infinità di mostre ed è dunque una star indiscussa dell’obiettivo, oggetto di attento collezionismo internazionale. In questa nuova esposizione presenta un album di sessantasei scatti quasi tutti inediti, che arricchiscono una serie dedicata al paesaggio, alla quale Tatge lavora da trent’anni, facendone tema di tale primaria importanza da trasformarlo, nell’arco della carriera, in paesaggio interiore. Nella circostanza esamina essenzialmente il modo con cui l’uomo si è fin qui misurato con la terra. È un racconto in tre sezioni che inizia dalla preistoria e approda ai residui della società post industriale, ossia ai giorni nostri.

                   La prima è la sezione dei paesaggi incontaminati; fiumi, boschi, montagne quasi verginali.  Una natura che Tatge vede con rispetto e devozione in virtù della sua solidità, della sua Presenza intesa come sinonimo di forza e dignità. La seconda sezione esplora invece i modi in cui l’uomo, con le sue colture e i suoi vari insediamenti, la terra l’ha bene o male trasformata e fatta propria, definendo confini ed erigendo barriere. Nella terza sezione il paesaggio naturale inizia infine a riempirsi delle molte diverse strutture che l’uomo ha costruito intorno a sé. In una sorta di celebrazione della Land Art, ecco anche immagini che ritraggono le tracce dell’uomo, il suo trovarobato.

                   Ad evitare equivoci, va detto che quella che si può visitare a Villa Bardini non è tanto una mostra di denuncia del degrado ambientale, quanto una specie di poema epico; il sensibile e raffinato artista ci porta quasi antropologicamente per mano in un viaggio dall’innocenza all’esperienza, con lo scopo di esplorare i simboli, le sacre geometrie, gli archetipi visivi, ossia le “presenze” che animano il mondo e che caratterizzano il lungo e complesso rapporto di convivenza tra Uomo e Terra. Tatge ha sempre prediletto una fotografia ricca di simboli ed epifanie, aperta a più strati di interpretazione: ogni immagine deve quindi esser letta a lungo perché se ne possano cogliere i dettagli fino a entrare sotto la pelle di ciò che essi rappresentano. Peraltro, Tatge stampa da sé e questa sua qualità artigiana contribuisce non poco a dare alle immagini la speciale nitidezza dei particolari e la sicura ricchezza dei toni, che invitano a uno sguardo lungo e meditativo. Poco a poco, diventa chiaro come ogni fotografia, oltre a raffigurare un luogo, può diventare il riflesso dell’anima. Lo specchio, appunto, di un paesaggio interiore.

 

 

 


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