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Il Monte di Pietà di Lecce |
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Nella
seconda metà del XV secolo, la Provincia di Terra d’Otranto subì un incremento
degli scambi commerciali che si presentarono più intensi rispetto ai secoli
passati. Ci
fu il fiorire di mercati e fiere non solo a Lecce, ma anche nei borghi più piccoli. Non
tutta la popolazione, tuttavia, aveva la possibilità di acquistare le mercanzie,
provenienti molte volte da paesi lontani, che facevano bella mostra di sé sui
banchetti, e molti non potevano neanche permettersi il necessario per tirare
avanti. Così, come anche oggi accade, si ricorreva ai prestiti privati quando
proprio non c’era altro da fare. “Era un
segno della cultura pratica che si evolveva nel settore del credito ad
interesse nella dinamica della Provincia”, scrive Luigi Carducci. Tale
consuetudine si era rinforzata nel centro nord d’Italia, nelle città mercantili,
per ragioni legate prettamente allo sviluppo di tali centri. La pratica
dell’usura, attività di chi presta denaro a interesse eccessivo, si era diffusa
a Genova, a Firenze e a Venezia ed era divenuta uno strumento vero e proprio di
guadagno, proprio come il commercio, con la sola differenza che giocava sul
tempo. “Per questo la Chiesa Romana
faceva pesare gravi dubbi sulla sua legittimità”, prosegue il Carducci, “partendo dalla convinzione che il tempo era
solo opera di Dio e non degli uomini”. La
necessità spingeva molti a ricorrere agli usurai pur di trovare una via
d’uscita, nell’inconsapevolezza di andarsi a cacciare in un vicolo cieco. Nel
Salento gli ebrei praticavano l’usura e i loro diretti concorrenti erano i
fiorentini e i veneziani. Una buona parte dei mercanti locali era di origine
ebraica. Contro i giudei a Lecce vigeva il divieto di esercitare attività
speculative di qualsiasi genere volte all’usura, e neanche gli era concesso di
essere possessori di beni immobili di alcun tipo, come ad esempio terre,
affinché non ingaggiassero lavoratori cristiani. Molti
ebrei, com’è noto, portavano sui vestiti un marchio ben visibile, ma agli
Aragonesi faceva comodo proteggerli perché ne ricavavano un ritorno fiscale. A
nessuno importava se poi erano i mercanti di Venezia ad operare un’usura più
speculativa, e nessuno faceva caso se essi, spesse volte, ricorrevano
all’inganno per auto-agevolarsi, facendo comprare in maniera subdola da seconde
persone i prodotti del debitore ad un prezzo di gran lunga inferiore. Il
risultato era che il povero creditore ci rimetteva. “Un tale clima di affarismo pressoché generalizzato
spingeva prima o poi, come era avvenuto e
stava avvenendo in altre città italiane, alla nascita di un Istituto di
Credito, finanziato inizialmente dai contribuenti volontari animati da spirito
umanitario verso le famiglie più bisognose” (L.C.). Un
po’ in tutta la penisola cominciavano a sorgere detti Istituti, chiamati “Monte
di Pietà”. Nel 1462 ne sorse uno a Perugia, subito dopo uno anche a Milano, a Gubbio
e a Siena. A
partire dal 1520 anche Lecce ebbe un suo “Monte di Pietà”, promosso dai Domenicani
leccesi e sostenuto dal principio sacro della carità cristiana. L’Istituto,
sorto a Lecce con ritardo rispetto agli altri presenti sul territorio italiano,
era una risposta alle sopraffazioni degli usurai. Sui prestiti non gravava
alcun interesse e i finanziamenti giungevano sia dai privati che dai casali di
Surbo, Squinzano, San Pietro in Lama e dalla Universitas leccese. Questo
sistema andò bene per qualche anno, ma presto gli amministratori, vista la
carenza di fondi, furono spinti ad adottare il sistema del giusto interesse.
Una minima percentuale di tasso di interesse fu quindi riconosciuta e
legalizzata sul debito a tempo, equivalente a “grano mezzo per ducato per ciascheduno mese”, come si evince dall’antico
regolamento del “Monte di Pietà”. Fu
così che l’Istituto leccese divenne il “Banco di Credito” salentino,
modificando in parte il suo assetto originario. “Funzionava ovviamente con un Consiglio di Amministrazione”, scrive
ancora il Carducci, “con un bilancio di
cassa, con gli interessi maturati in sei mesi o in un anno, quanto al massimo
durava il tempo della restituzione”. Tutte le operazioni venivano
registrate sui “quadernoni” di entrata ed uscita, e la stipula notarile
garantiva il tutto. L’iniziativa
intrapresa a Lecce ebbe degli echi anche in alcuni centri della Provincia. A
Tricase e a Galatina, infatti, sorsero piccole società di credito. L’Istituto di Lecce, nella seconda metà dell’Ottocento, fu assorbito dal Banco di Napoli.
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