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I segreti di Via Margutta |
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Cosa hanno in comune artisti
come Gentileschi, Rubens, Poussin, Salvator Rosa, Canova, Abramo Brueghel,
Kaspar Van Wittel, Turner, Roesler Franz, De Pisis, Fortuny, Donghi, Carena,
Picasso, Capogrossi, Mafai, Guttuso, Leoncillo, Gentilini, Fazzini, Tamburi,
Monachesi, con l’architetto Valadier, con i fotografi Caneva, Chauffourier,
D’Alessandri e Felici (il fotografo dei papi), con scrittori come Marinetti,
Sibilla Aleramo, Alfonso Gatto e Truman Capote, con musicisti come Wagner,
Francesco Paolo Tosti e Mascagni, con “gente di cinema” come Ludovico Carlo
Bragaglia, Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, Blasetti, Fellini, Giulietta Masina,
Anna Magnani e Silvana Mangano? Hanno in comune, insieme a tantissimi altri
personaggi del mondo onnicomprensivo dell’arte e dello spettacolo, il fatto di
aver vissuto ed operato a Via Margutta, una delle strade di Roma più appartate,
quanto famose e conosciute in tutto il mondo. Via Margutta è uno dei “simboli”
della Città Eterna, non a caso citata insieme a Trinità dei Monti e a Fontana
di Trevi nella celebre canzone di Rascel “Arrivederci Roma”. Via Margutta (il cui nome prende
origine da quello di un barbiere
censito nel 1526 come dimorante nel rione di San’Eustachio) situata tra le
falde del Pincio e la movimentatissima Via del Babuino, cui corre
parallelamente da Piazza di Spagna a Piazza del Popolo, conserva da secoli una
rara suggestione; pur immersa nel cuore pulsante della capitale, ha mantenuto
una sua speciale atmosfera di sapore antico, una dimensione umana
straordinaria. È difficile dire se sia più emozionante sapere che nei suoi
palazzi abbiano abitato scrittori e musicisti, che nei suoi atelier siano stati creati innumerevoli
capolavori da pittori e scultori italiani e stranieri dal secolo XVI ad oggi,
piuttosto che nelle sue botteghe migliaia di artigiani abbiano svolto
contemporaneamente, ai massimi livelli qualitativi, antichi mestieri come
quelli di mosaicista, argentiere, orafo, incisore, restauratore, stampatore,
intagliatore, fonditore, non ancora fortunatamente del tutto abbandonati, il
cui esercizio (insieme a quello di negozi d’arte e d’antiquariato) conservano
tuttora alla via il privilegio di mantenere una sua specificità. Alla storia di questa “mitica”
strada romana è dedicato un’avvincente volume di Francesca Di Castro, (Via Margutta. Cinquecento anni di storia e
d’arte) pubblicato accuratamente dalle Edizioni Kappa, in cui, come scrive
Claudio Strinati nella sua presentazione, “la cosiddetta curiosità va di pari
passo con l’approfondimento di notizie storiche sostanziali e con la riproposta
di figure note e dimenticate che continuamente si alternano nelle pagine del
libro. L’autrice ha vagliato con scrupolo esemplare le numerose fonti
documentali riguardanti la storia della via ed ha strutturato il libro con la
chiarezza e la precisione di un saggio storico a tutto tondo”. Attraverso la vicenda degli
edifici (dalle casette cinquecentesche agli studi d’arte dell’Ottocento),
rimasti per lo più straordinariamente integri, si sviluppa il racconto della Di
Castro, che è riuscita con puntigliosa ricerca a ricostruire esattamente dove
hanno vissuto e lavorato molti degli innumerevoli (ne sono elencati, con tanto
di numero civico, almeno millecinquecento) artisti che hanno reso famosa la
strada. Come scrive l’autrice del libro
(corredato da un ricco apparato iconografico), “Via Margutta è un museo d’arte
all’aperto, un catalogo di cinque secoli di storia, risparmiato dalle
trasformazioni edilizie perché protetto dalle pendici del Pincio che rendono la
strada silenziosa ed unica. Esempio eccezionale della continuità ininterrotta
dell’arte, la via fu eletta fin dalla sua nascita nel Cinquecento quale luogo
privilegiato di soggiorno e di studio da parte di innumerevoli artisti, molti
dei quali stranieri: una predilizione che non verrà mai meno fino ai nostri
giorni”. Il racconto è particolarmente affascinante quando, appunto cinque
secoli fa’, Via Margutta era una strada di campagna, da cui si accedeva,
attraverso sentieri di cui vi è ancora traccia, alle terrazze del Pincio coltivate ad orti e vigneti; nei primi
del Seicento nella strada si contano dodici osterie e tre locande, in cui
alloggiano circa trenta artisti, tra cui francesi e fiamminghi, oltre ad
architetti ed artigiani che hanno ormai “colonizzato” la strada dandole il
volto vivace e chiassoso riprodotto nei propri quadri dai tanti pittori
“Bamboccianti” che vi abitarono. Un bellissimo dipinto (del 1836)
di Alfonso Chierici, riprodotto nel libro, ci mostra l’interno del suo studio,
raffigurandosi in piedi al centro della stanza dall’altissimo soffitto,
nell’atto di dipingere; l’ambiente e l’atmosfera che rievoca dovevano essere
abbastanza simili a quelle di tanti altri atelier
ricoperti di verde edera (tanto da far cantare al poeta Augusto Jandolo: “Pòi
dì che via Margutta / sia inghirlandata tutta de sta’ pianta”), mentre Roma
vive una nuova entusiasmante stagione creativa, stimolata da una forte
committenza, che attira molti artisti stranieri (è in quegli anni che Ludwig di
Baviera diede un particolare impulso alla “Scuola Tedesca”). Nel Novecento la
via continua ad essere, senza soluzione di continuità, punto di riferimento (e
di ispirazione) per l’arte e per la cultura internazionale: dal futurismo
marinettiano (che nacque al Circolo Artistico), alla “Forma 1” di Perilli,
Dorazio e Guerrini; per non dimenticare il genio di Fellini che al civico 110,
dove è vissuto per tanti anni, ha immaginato e scritto gran parte dei suoi
capolavori cinematografici.
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