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Referendum Elettorale: un possibile rimedio alla difficoltà di governare in Italia |
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Il problema della governabilità
è tra i più gravi che l’Italia abbia mai conosciuto sin dagli albori della
Repubblica. Si tratta, infatti, di uno di quei problemi che persino in piena
estate, quando la politica e i lavori parlamentari rallentano, alimenta, al
contrario, lo scontro politico e stimola la classe dirigente ad elaborare delle
soluzioni adatte. Da più parti viene additata
l’attuale legge elettorale come la causa principale della difficoltà a
governare nel nostro Paese, in quanto avrebbe consentito l’elezione in
Parlamento di deputati appartenenti a piccoli partiti i quali però sono in
grado di esercitare pressioni tali sui maggiori partiti di governo da
condizionarne, talvolta anche in senso negativo, l’attività politica. Tra le iniziative più
significative di modifica dell’attuale assetto legislativo occupa un posto di
rilievo la campagna referendaria promossa da Giovanni Guzzetta e Mario Segni,
rispettivamente Presidente e
Coordinatore del Comitato Promotore dei Referendum Elettorali. I quesiti
referendari, che in questi giorni i volontari del Comitato Promotore stanno
illustrando ai cittadini in alcune delle principali città italiane per la
raccolta delle firme, sono tre: i primi due riguardano la Camera e il Senato ed
intendono introdurre una norma che attribuisca il premio di maggioranza esclusivamente
alla singola lista elettorale che abbia preso più voti e non più alla coalizione di liste, sino ad ora formate
anche da piccoli partiti scarsamente rappresentativi che però, dopo l’elezione dei
loro candidati, realizzavano le loro rivendicazioni spesso attraverso la
minaccia di abbandonare la coalizione; secondo la visione di Guzzetta, la
novità legislativa contenuta nel referendum, attraverso l’introduzione di tale
divieto, dovrebbe fare in modo che i vari partiti costituiscano prima delle elezioni,
se lo ritengono necessario, un’unica lista che comporterà sia un’assunzione di responsabilità
politica qualora, in seguito, qualcuno degli elementi facenti parte la lista
decida di fuoriuscirne, sia, soprattutto, la nascita di un autentico bipartitismo
in Italia. Inoltre per evitare che nei due rami del Parlamento entrino dei
partiti poco rappresentativi il referendum intende introdurre due nuove soglie
di sbarramento: del 4% per quanto riguarda la Camera, mentre dell’8% al Senato.
Il terzo quesito, invece, si propone di diminuire il potere dei capilista che
potendosi candidare, grazie alle attuali norme, in più collegi, o addirittura
in tutti, una volta eletti possono decidere della sorte degli altri componenti
della lista rinunciando, per esempio, ad uno dei seggi derivatogli
dall’elezione in un collegio per attribuirlo al candidato che occupa il posto
immediatamente successivo, creando così una situazione di squilibrio e di
dipendenza Naturalmente i partiti minori si
sentono minacciati dalla possibilità concreta che le disposizioni contenute nei
tre quesiti referendari possano, nel futuro, trovare attuazione, eppure, la
consapevolezza che il perdurare di una situazione d’instabilità degli esecutivi
non potrà che aggravare i problemi già esistenti, ha spinto molti uomini e
donne del panorama politico italiano, di entrambi gli schieramenti, a
sottoscrivere il referendum: alcuni addirittura hanno avuto un ruolo attivo attraverso
la partecipazione al Comitato Promotore, come, solo per citare alcuni nomi, Gianni
Alemanno, Renato Brunetta, Adriana Poli Bortone, Stefania Prestigiacomo per il
centrodestra, Antonio Bassolino, Massimo Cacciari, Arturo Parisi, Giovanna Melandri
per il centrosinistra. Ma questa scelta trasversale non ha riguardato soltanto
il mondo politico ma anche settori dell’imprenditoria con la partecipazione,
sempre nel Comitato Promotore, di Riccardo Illy, e del mondo dell’informazione
con il giornalista economico Oscar Giannino e il noto giornalista televisivo
Gad Lerner. Per quanto, invece, riguarda il
futuro leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, questi sta mantenendo
un atteggiamento che si potrebbe definire “ermetico”, dal momento che ha
dichiarato di condividere il contenuto dei referendum, ma di non poterli
sottoscrivere per non turbare la stabilità del governo e gli equilibri nel
nascente Pd: a detta degli analisti, tale atteggiamento di Veltroni potrebbe
essere interpretato come il tentativo di non scontentare le minoranze radicali
interne al centrosinistra. Appare, invece, più chiara la posizione del
segretario di An Gianfranco Fini che ha invece posto la propria firma per la
riuscita del referendum. L’esito positivo del referendum e
il conseguente miglioramento del sistema elettorale italiano si intrecciano,
dunque, con il percorso politico che stanno intraprendendo due dei maggiori
esponenti della politica italiana per la conquista della leadership nei
rispettivi schieramenti: dalle scelte compiute dai due leaders oggi non
potranno non dipendere i futuri esiti dei governi di domani. L’atteggiamento
più prudente di Veltroni (definito dall’opposizione ambiguo) e quello più audace
di Fini dimostrano quanto questo sia vero.
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