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MESAGNE/ La vecchia novità |
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A pochi mesi dalla sfida
elettorale per il Palazzo di Città, Mesagne assiste ad uno di quei fenomeni
prodigiosi tipici della politica che spesso, da epifanie insolite del genoma nazionale,
assurgono mirabilmente a luoghi letterari, a occasioni topiche: così succede in
questo caso da manuale, la cui clamorosa risultanza è la concrezione di un
ossimoro, che essa stessa è la datità di un’impossibilità, la realizzazione di
un’irrealizzazione. Si configura, cioè, l’avvenimento di una vecchia novità,
ovvero accade per la prima volta ciò che è gia accaduto. Per dirla
cinematograficamente: la prima assoluta di un film di seconda visione. Per
dirla eroticamente: la prima volta con la madre dei propri figli. Per dirla in
breve: l’inedito refrain, il
ritornello originale che già canticchiavano tutti. Per spiegarne la portata,
occorre fare un passo indietro. Il centrodestra locale, o meglio i brandelli di
centrodestra che rimangono nell’agone dopo le scissioni, le fughe di
consiglieri, le defezioni personali o di gruppi, i suicidi politici dovuti alla
depressione inarrestabile causata dalle molteplici sconfitte consecutive, ha
fatto il colpo grosso. Fin dagli anni in cui la stella della Casa delle Libertà
rifulgeva nell’empireo dell’arco costituzionale, ed esprimeva finanche una
specie di deputato di riferimento, con puntualità kantiana ricorreva a scadenze
regolari la vox populi, spesso
artatamente manipolata, della candidatura a Sindaco di un galantuomo di razza,
di uno dei migliori esponenti della tradizione democratico-cristiana, gemma di
biancofiore dunque, che però ostentava solenne riluttanza ad accettare di bere
l’amaro calice: ed ogni volta non se ne faceva niente, ogni volta che l’eccitazione
collettiva di una fetta del popolo liberale montava, la vicenda si concludeva
in miseria, mandando in bianco i sempre eleganti eppur frementi moderati. Oggi,
anno domini 2006, nel momento in cui
massima è l’implosione del rassemblement
delle destre, nel pieno del vuoto diremmo allora con un altro degli ossimori
che così bene calza alla nostra politica, il tanto ambito candidabile Enzo Incalza cede infine dinanzi alle
lusinghe e a così durevole insistenza e scioglie una riserva in piedi da quasi
tre lustri, dichiarandosi disponibile a battersi contro il candidato del
centrosinistra, alleanza vincente – ricordiamolo – da quindici anni. Non ci
chiederemo il perché di una scelta che appare tatticamente e strategicamente
sciagurata. Una chiosa tuttavia ci sia consentita. Lo stimabilissimo
concittadino, degno quanto non smetteremmo mai di dire, è sì, come abbiamo con
qualche facezia puntualizzato, in vistoso ritardo rispetto al treno annunciato;
è inoltre e più gravemente in ritardo rispetto alla qualità (e forse alla
quantità) dello schieramento che dovrebbe rappresentare. Anziché adeguarsi ad
un necessario contesto di gente animata da volontà costruenti, magari
imprestata alla politica dalle professioni, dai settori produttivi più
avanzati, dai cunei culturali, egli rischia di trovarsi in compagnia di spenti
individui demotivati da secoli di lotte impari, o addirittura di combriccole
scalcagnate e di vecchi arnesi che già la storia nostrana, pur minuscola, aveva
riallocato nei polverosi abbaini. Noi plauderemmo alla civiltà del
posizionamento di quest’uomo, Assessore democristiano vent’anni fa e poi nessun
incarico pubblico fino alla nomina – dell’avverso centrosinistra! – a Difensore
Civico se il milieu fosse
radicalmente diverso. Se la sua decisione consentirà a
taluni di guadagnare migliori patenti o tiepide verginità, e solo per aver
saputo scegliere e pure in ritardo un simbolo, allora noi penseremo alla
sostanza delle cose, alla dura madre della questione, continuando a votare
centrosinistra purchessia.
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