|
|
|
|
L’enigmatico linearismo di Giorgio Morandi |
|
|
Immaginate un tavolo, qualche
bottiglia, un bicchiere. Magari una tazza sbrecciata. Pochi altri dettagli.
Niente prospettiva, niente luce, se non quella emanata dagli oggetti stessi.
Questo è Giorgio Morandi. Il Morandi delle bottiglie, dei fiori recisi nei
vasi, del celebre autoritratto che vuole nascondere all’osservatore il suo
sguardo. È stata chiusa recentemente la mostra dedicata all’artista per
celebrarne il quarantesimo della scomparsa, mostra, intitolata “Morandi e
Firenze. I suoi amici, critici e collezionisti” allestita prima a Firenze,
presso la Fondazione Longhi, e poi al Museo Civico di Cremona. L’esposizione raccoglie alcuni
dei migliori pezzi della sua produzione, provenienti dalle raccolte di Carlo
Ludovico Ragghianti e della moglie Licia Collobi, di Alberto Della Ragione,
Giovanni Spadolini, Maria Luigia Guaita Vallecchi, Mina Gregori e degli amici
di Giuseppe Longhi e Adelia Noferi. A tali opere si aggiungono un disegno molto
raro, che raffigura la sorella del pittore, donato dallo stesso Morandi
all’Accademia di Belle Arti di Firenze, l’Autoritratto del 1924 presente nel
Corridoio Vasariano degli Uffizi e due acqueforti donate dalle sorelle
dell’artista al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi. La mostra è un piccolo e
squisito gioiello: conserva l’anima di un Morandi che, da uno stile all’altro,
sfiorando le avanguardie senza mai esserne rapito, si allontanò
progressivamente da qualsiasi forma di accademismo, forse anche in relazione al
fatto che gli ultimi due anni di frequentazione dell’Accademia di Belle Arti
furono piuttosto contrastati. Bolognese d’origine, Morandi riuscì
nell’operazione più ardua: maturare un percorso figurativo personale e
originale, senza aderire ad un’unica corrente. Il suo cammino fu molto legato
ai mutamenti storico-sociali dell’epoca, tanto è vero che le sue tele possono
essere recepite come la lettura in filigrana di un’epoca e dei suoi mutamenti.
Le fonti d’ispirazione furono molteplici: dagli impressionisti e Cézanne a
Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Paolo Uccello e, in un certo senso,
anche Caravaggio. Nel 1914 la prima esposizione all’Hotel Baglioni di Bologna.
Poi gli anni della guerra e dell’esperienza metafisica, tanto personale da non
poter essere paragonata a quella di De Chirico o Carrà. Poi le forme si fanno
più plastiche: è il periodo delle nature morte. Approda infine all’esperienze
dei valori plastici. E in quei paesaggi dalle tinte
tenui si avverte un senso di ‘gemmata immobilità’, di assenza totale della
presenza umana. Il silenzio, la sospensione, l’assenza di queste opere
ricordano, talvolta, gli “Ossi di seppia” di Montale. Nella produzione di
Morandi non può non balzare all’occhio la ripetitività dei soggetti: ampolle,
fiaschette, bottiglie, delineati con colori bruni, terrosi, ritornano
costantemente nei suoi quadri. Oggetti banali e quotidiani posti su superfici a
volte in prospettiva, a volte allineati senza ricerca di profondità. Ma come
interpretare questi oggetti? Sono descritti in modo oggettivo o astratto? In
realtà oggettività e astrazione sono inscindibili: non sono gli oggetti in sé
che interessano all’artista, ma le relazioni di tono, colore e volumi che
sussistono fra essi. In mostra si recepiscono elementi, avvisaglie di questo
stile tipicamente morandiano, un percorso dai surreali rigori metafisici fino
ad una realtà tutta ripensata, contemplata in un ermetismo che rasenta la
spiritualità pittorica. Tutte le tappe di un cammino vissuto attraverso
l’incessante e meditato lavorio interiore finché la pittura si libera da ogni
forma di limite e di retorica per assurgere a una purezza ideale, ad uno stato
di placida e misteriosa verità nascosta. Perché sempre, dietro la nuda realtà
degli oggetti, esibiti in tutta la loro banalità e inutilità, c’è un desiderio
riposto di meditazione, di curiosità di fronte a ciò che è arcinoto. La luce è dentro le cose senza
toccarle dal di fuori; i blu opachi, i violacei, i bruni sprigionano una luce
propria, pacata, umile. Fiori e bottiglie sono perciò immersi in una
suggestione fluida n una luminosità atmosferica che si incarna nel colore,
essenza labile dell’oggetto rappresentato. Ogni cosa viene stilizzata, ridotta
all’essenzialità e proprio per questo trova una vita a sé, sganciandosi dalla
mera operazione del pennello; sia pure una vita silente, pulviscolare ma
profonda e vibrante per chi sa apprezzarne l’intensità. Nei paesaggi la resa è
forse meno emozionante e risente degli influssi artistici di Tosi, Soffici,
Carrà, Sironi per le linee e la tavolozza utilizzata. Particolare attenzione
meritano invece i paesaggi ad acquerello e le incisioni. E naturalmente
l’Autoritratto enigmatico che apriva la mostra. Quegli occhi appena accennati e
poco riconoscibili simboleggiano tutta la sua produzione: la compostezza
dell’impianto, la semplicità delle forme, l’atmosfericità di una luce morbida
che sfuma la figura negli spazi e la
accresce. E il senso della solitudine, il pudore del rappresentare, l’intimismo
di un’emozione rarefanno gli oggetti in un casto, quasi francescano silenzio
meditante.
|
|
|
|
|