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Giovanni Semeraro, il patron del Lecce calcio |
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Tranquillo, ironico, attentissimo a cogliere ogni
sfumatura: Giovanni Semeraro parla a tutto campo. Se gli dici che loro son gli
Agnelli del Salento, ti guarda con un sorriso appena accennato e ti risponde
che al limite sono gli agnellini. Se lo ammiri per le attività che è riuscito a
mettere in piedi minimizza riconducendo tutto alla ruota della fortuna. Se lo
punzecchi su Zeman dribbla con grande savoir faire e afferma che il boemo è un
allenatore che lo intriga anche se Donadoni sarebbe stato più rassicurante.
Oggi presiede un gruppo che ha molte ramificazioni dalla sanità con Villa Bianca
a Lecce, Salus a Brindisi, Santa Maria a Bari; all’agricoltura con la
produzione vitivinicola; al turismo con le strutture ricettive di Kalèkora;
alla cinematografia con la società Man’è che ha prodotto con successo “Sogni di
cuoio” e “Crai” con Teresa De Sio; a una produzione di gommoni con il marchio
Pirelli e la Fondazione Semeraro per le attività no profit nella cultura e nel
sociale. Presidente Semeraro,
Moggi è parte di un sistema o è una mela marcia? Di Moggi in questo Paese ce ne sono molti… Possiamo parlare di
sistema? Sistema Italia? È un sistema, è un’italietta! Così la definisco, perché di
questi episodi: nel calcio o nella politica o nel mondo dell’impresa, ne
abbiamo in abbondanza. Tutti tendono a essere furbi e ci riescono, devo dire
abbastanza bene. Tutti siamo furbi, ci fregiamo di questa caratteristica.
Questa logica, in Pare che anche
Borrelli abbia alzato le mani. Recentemente ha dichiarato che la fuga di
notizie ha reso possibile una concertazione delle tesi difensive. Io per la verità non credo molto a questa sua
esternazione. Lui ha dichiarato che non ci sono stati i pentiti, però ci sono
confessioni e registrazioni. Quindi vi è sufficiente
materia per intervenire. La giustizia sportiva certamente sì, per gli aspetti
penali non posso esprimermi essendo la questione delicata e complicata. Cosa non funziona
nel calcio? Le valutazioni da farsi sono su diversi piani. Per quanto
riguarda gli arbitri, tutto ruota sulla valutazione che un uomo fa in un
preciso momento sul campo. Ho visto partite internazionali macchiate dagli
errori arbitrali, da qui a sostenere che quegli arbitri fossero coinvolti in un
sistema moggiano credo sia un azzardo. Gli arbitri commettono degli errori e se
sarà fatta la pulizia che tutti desideriamo anche questo problema potrà essere
affrontato con serenità. Mi piace ricordare che in questa operazione di
pulizia siamo uno dei piccoli vessilli,
non siamo comparsi in alcuna intercettazione: siamo casti e puri. C’è il problema
della partita Lecce-Parma. Noi siamo puliti.
Che la società e la
squadra sia uscita sostanzialmente indenne dallo tsunami sportivo, riapre la
possibilità di una luna di miele tra voi e i tifosi? Non lo so se per i tifosi la correttezza della società sia
un valore. Al tifoso interessa raggiungere il risultato. Certo essere fuori da
questa melma è un punto d’onore. Può essere utile a
una rilettura del comportamento della società. Ci sono stati momenti di scontro
molto duro tra voi e la tifoseria. Molte delle polemiche di quei giorni sono pure fantasie.
Io sfido qualunque tifoso di qualunque città
a trovare una squadra che non voglia andare in UEFA o non voglia fare la
Champion League, questi paradossi non ritengo possano far parte del
ragionamento elementare del tifoso. Questo teorema,
sostenuto da una parte della tifoseria, probabilmente è alimentato dalla
convinzione che le società siano mosse unicamente dall’interesse economico. Quale sarebbe la nostra convenienza a retrocedere in serie
B, perdere trenta milioni di euro? Questa è la somma che una società perde! Ed
è impossibile che i tifosi non lo sappiano.
Come si può arginare il pericolo di comportamenti illeciti? In Europa esistono dei sistemi che funzionano benissimo.
L’Inghilterra utilizza un ottimo sistema. È ovvio che i club più importanti
debbano guadagnare di più: investono di più, hanno un bacino di utenza più
vasto, ambiscono a trofei importanti. Ho il massimo rispetto per queste realtà.
Tuttavia in Inghilterra permettono anche ai club minori di vivere bene. Per i
16 milioni di euro che noi incassiamo
da Sky, una squadra del nostro livello in Inghilterra ne percepisce 36. Già
questo dato deve bastare. Quindi il sistema
calcio è tutto da ripensare? No! bastano poche regole. Cioè? Principalmente la spartizione condivisa dei diritti
televisivi. Questo è
sufficiente? Certamente no! Il sistema calcio ha allontanato i tifosi
dallo stadio, e non solo loro. I ragazzi, le famiglie, si sono allontanati
dagli stadi per la violenza che cresce. Dovremmo costruire stadi diversi,
pensati come centro di divertimento per trascorrere una giornata in piena
armonia e tranquillità. Divertirsi, mangiare, fare sport diversi, così mi
piacerebbe che fossero gli stadi e gli spazi attorno. Le lancio una
provocazione: sarebbe utile abolire la retrocessione? Giocare unicamente per
raggiungere le prime posizioni? No, no, non sono d’accordo. Chi gioca meno bene è giusto
che gareggi in un altro torneo. Come è nato il suo
interesse per la società calcistica leccese? Nel ‘94 vedevo deperire il nostro calcio e siccome sono un
tifoso accesissimo: vado allo stadio da quando avevo cinque anni… Si narra che allo
stadio non si contenga… Ora mi contengo, ho imparato a farlo. Insomma in quel
periodo il calcio era in un momento nero e sentì come un dovere sociale
riportare in alto la nostra squadra. In che senso un
dovere sociale? Ritiene di aver avuto molto dalla vita e per questo sente di
dover fare qualcosa per la collettività? In quel momento non avevo molto, certamente avevo più di
quel che molti hanno. Volevo dare alla città un’immagine diversa convinto come
sono che il calcio è uno sport che avvicina gli uomini, incrementa il turismo,
svolge insomma un ruolo sociale. Questo mio senso civico, chiamiamolo così, è
parte di me, da questo è nata anche la Fondazione Semeraro. È vero, ho voluto
restituire alla città qualcosa che aveva dato prima alla nostra famiglia. Eppure lei ha
sottolineato di non sentirsi amato da questa città. Questa considerazione fece
maturare la decisione di vendere la società. C’è una frattura tra lei e i
leccesi? Non parlerei di frattura, o meglio con una parte della
tifoseria certamente. Alla guida della società c’era mio figlio e vedere
attaccata la famiglia in modo così cruento… mi ha fatto molta impressione
l’ultima aggressione che ho subito. Ero andato a vedere una partita della
Primavera del Lecce e un’intera tribuna, fatta dai soliti ultrà, mi si scagliò
contro. Tra questi, uno mi ha colpito: avrà avuto una trentina d’anni, era in
compagnia della sua ragazza e mi urlava contro come se gli avessi ucciso il
padre e la madre. Non riuscivo a capire la sua violenza a tutto campo sulla mia
persona. Con che animo
riprende le redini del Lecce? Con l’animo dell’esploratore. Animato da uno
spirito pionieristico? Diciamo così. È lo stesso spirito
che le fece intraprendere l’avventura con la Banca del Salento? La banca non è stata fondata da noi, ma dal Ministro
Grassi nel ‘48. Fu mio padre, che credeva nell’attività bancaria, a mandarmi
con il Direttore Generale dell’epoca, mentre ero in viaggio di nozze, un
telegramma per annunciarmi che ero stato nominato componente del consiglio
d’amministrazione. Quanti anni
aveva? Ventott’anni e in consiglio mi ritrovai con uomini
dell’età media di novant’anni. Durante le riunioni accadeva che qualcuno si
addormentasse. Da consigliere ad
azionista di maggioranza, come è accaduto? Il 30 marzo del 1967 scoppiò uno scandalo nella Banca del
Salento, perché i vertici avevano permesso a funzionari, impiegati, direttore
generale e clienti di ordire una truffa che era pari al 40% della raccolta dei
libretti e dei conti correnti. Vecchio vizio… Questi signori erano riusciti a frodare la banca per due
miliardi. L’amministratore della banca all’epoca era Guglielmo Grassi Orsini,
che era di casa con il Governatore
della Banca D’Italia Guido Carli. Il Governatore era una creatura del Ministro
Grassi, per questo Grassi Orsini entrava senza bussare nella stanza del
Governatore. Così la banca non fu commissariata e fu concesso di mettere
insieme un capitale sociale di un miliardo a cui parteciparono la Banca
Vallone, la Banca Venturi e noi. Il mio grande progetto era di unificare queste
tre banche. Fui nominato amministratore delegato e convinsi il Dott. Venturi a
vendermi la sua partecipazioni, pensi che feci quest’acquisto in macchina e non
avendo blocchetto d’assegni firmai un assegno della Banca Venturi. La Banca
Vallone, non credeva nelle possibilità della Banca del Salento e vendette a un
pool in cui c’erano Montinari, Gorgoni. Riuscimmo a risollevare la banca. Come è riuscito a
realizzare un progetto tanto ambizioso, per l’epoca e per questa terra, come la
Banca del Salento? Quando siamo entrati in quell’avventura Roberto Calvi era
vice direttore della Banca Commerciale di Lecce e andammo da lui per farci
consigliare. Era convinto che io dovessi andare a New York, cosa che non avevo
alcuna voglia di fare essendo diventato padre da appena due mesi. In realtà per
lui eravamo troppo piccoli perché si soffermasse a studiare la nostra realtà.
In quel periodo lui si occupava di cose importantissime, al punto che ci ha
rimesso l’osso del collo. La nostra banca è cresciuta da sola, perché eravamo
accoglienti… ho subito voluto depennare quel concetto di austerità, di
distanza… le nostre filiali erano colorate, c’era l’ottone, dovevano essere dei
salotti in cui si discuteva di affari e non dei templi del denaro. Io
accoglievo i clienti e con loro parlavo dei loro problemi, della loro vita. Era
una banca moderna e all’avanguardia. Un progetto di
marketing innovativo per quei tempi. Nel ‘72 confidai a un mio amico che ero preoccupato per i
miei impiegati così seri in giacca e cravatta e che avrei potenziato le
assunzioni femminili. Negli anni ottanta il 36% del personale era formato da
donne. Nel progetto della Banca del Salento ho espresso il mio modo d’essere e
ho avuto delle intuizioni fortunate.
Vuole smitizzare
quello che realizzato? È vero, io smitizzo tutto. Sono convinto che il vero
segreto è sapersi circondare da uomini in gamba. Poi ha abbandonato
questa sua creatura. Non voglio tornare ai dettagli di cui si è già ampiamente
parlato, ma la ragione profonda di questa scelta qual è stata? In quegli anni la Banca d’Italia premeva molto per le
fusioni. Abbiamo cercato di trovare un partner in un’assicurazione, ma il
progetto prevedeva investimenti per 300 miliardi quindi troppo ambizioso per le
nostre forze. È accaduto anche che l’interesse per rilevare la nostra banca sia
stato elevato e quindi abbiamo venduto. L’ha vissuta con
serenità. Tantissima serenità. Le cose si fanno, si vendono, se ne
fanno altre.
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