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Giovanni Semeraro, il patron del Lecce calcio
Imprenditore di idee e passione, Semeraro e la storia della Banca del Salento   
di Maddalena MONGIO'

Tranquillo, ironico, attentissimo a cogliere ogni sfumatura: Giovanni Semeraro parla a tutto campo

Tranquillo, ironico, attentissimo a cogliere ogni sfumatura: Giovanni Semeraro parla a tutto campo. Se gli dici che loro son gli Agnelli del Salento, ti guarda con un sorriso appena accennato e ti risponde che al limite sono gli agnellini. Se lo ammiri per le attività che è riuscito a mettere in piedi minimizza riconducendo tutto alla ruota della fortuna. Se lo punzecchi su Zeman dribbla con grande savoir faire e afferma che il boemo è un allenatore che lo intriga anche se Donadoni sarebbe stato più rassicurante. Oggi presiede un gruppo che ha molte ramificazioni dalla sanità con Villa Bianca a Lecce, Salus a Brindisi, Santa Maria a Bari; all’agricoltura con la produzione vitivinicola; al turismo con le strutture ricettive di Kalèkora; alla cinematografia con la società Man’è che ha prodotto con successo “Sogni di cuoio” e “Crai” con Teresa De Sio; a una produzione di gommoni con il marchio Pirelli e la Fondazione Semeraro per le attività no profit nella cultura e nel sociale. 

Presidente Semeraro, Moggi è parte di un sistema o è una mela marcia?

Di Moggi in questo Paese ce ne sono molti…

Possiamo parlare di sistema? Sistema Italia?

È un sistema, è un’italietta! Così la definisco, perché di questi episodi: nel calcio o nella politica o nel mondo dell’impresa, ne abbiamo in abbondanza. Tutti tendono a essere furbi e ci riescono, devo dire abbastanza bene. Tutti siamo furbi, ci fregiamo di questa caratteristica. Questa logica, in
Italia, è vincente e qui vinciamo tutti, poi perde il Paese. A chi importa del Paese? Chi è il Paese? Se getto una carta per terra sto danneggiando me stesso perché come contribuente dovrò spendere di più per la pulizia delle strade, ma questo non importa a nessuno. Lo Stato è percepito come qualcosa di impalpabile, non ci rendiamo conto che lo Stato siamo noi. Questo genera un sistema fatto di furbate, amicizie, oserei dire complicità, per questo mi è piaciuta la nomina di Borrelli, nonostante ai tempi di Mani Pulite non fossi d’accordo con la sua linea dura, mi è piaciuta perché mi dà garanzia di serietà.

Pare che anche Borrelli abbia alzato le mani. Recentemente ha dichiarato che la fuga di notizie ha reso possibile una concertazione delle tesi difensive.

Io per la verità non credo molto a questa sua esternazione. Lui ha dichiarato che non ci sono stati i pentiti, però ci sono confessioni e registrazioni.

Quindi vi è sufficiente materia per intervenire.

La giustizia sportiva certamente sì, per gli aspetti penali non posso esprimermi essendo la questione delicata e complicata.

Cosa non funziona nel calcio?

Le valutazioni da farsi sono su diversi piani. Per quanto riguarda gli arbitri, tutto ruota sulla valutazione che un uomo fa in un preciso momento sul campo. Ho visto partite internazionali macchiate dagli errori arbitrali, da qui a sostenere che quegli arbitri fossero coinvolti in un sistema moggiano credo sia un azzardo. Gli arbitri commettono degli errori e se sarà fatta la pulizia che tutti desideriamo anche questo problema potrà essere affrontato con serenità. Mi piace ricordare che in questa operazione di pulizia  siamo uno dei piccoli vessilli, non siamo comparsi in alcuna intercettazione: siamo casti e puri.

C’è il problema della partita Lecce-Parma.

Noi siamo puliti.  

Che la società e la squadra sia uscita sostanzialmente indenne dallo tsunami sportivo, riapre la possibilità di una luna di miele tra voi e i tifosi?

Non lo so se per i tifosi la correttezza della società sia un valore. Al tifoso interessa raggiungere il risultato. Certo essere fuori da questa melma è un punto d’onore.

Può essere utile a una rilettura del comportamento della società. Ci sono stati momenti di scontro molto duro tra voi e la tifoseria.

Molte delle polemiche di quei giorni sono pure fantasie. Io sfido qualunque tifoso di qualunque città  a trovare una squadra che non voglia andare in UEFA o non voglia fare la Champion League, questi paradossi non ritengo possano far parte del ragionamento elementare del tifoso.

Questo teorema, sostenuto da una parte della tifoseria, probabilmente è alimentato dalla convinzione che le società siano mosse unicamente dall’interesse economico.

Quale sarebbe la nostra convenienza a retrocedere in serie B, perdere trenta milioni di euro? Questa è la somma che una società perde! Ed è impossibile che i tifosi non lo sappiano. 

Come si  può arginare il pericolo di comportamenti illeciti?

In Europa esistono dei sistemi che funzionano benissimo. L’Inghilterra utilizza un ottimo sistema. È ovvio che i club più importanti debbano guadagnare di più: investono di più, hanno un bacino di utenza più vasto, ambiscono a trofei importanti. Ho il massimo rispetto per queste realtà. Tuttavia in Inghilterra permettono anche ai club minori di vivere bene. Per i 16 milioni di euro che  noi incassiamo da Sky, una squadra del nostro livello in Inghilterra ne percepisce 36. Già questo dato deve bastare.

Quindi il sistema calcio è tutto da ripensare?

No! bastano poche regole.

Cioè?

Principalmente la spartizione condivisa dei diritti televisivi.

Questo è sufficiente?

Certamente no! Il sistema calcio ha allontanato i tifosi dallo stadio, e non solo loro. I ragazzi, le famiglie, si sono allontanati dagli stadi per la violenza che cresce. Dovremmo costruire stadi diversi, pensati come centro di divertimento per trascorrere una giornata in piena armonia e tranquillità. Divertirsi, mangiare, fare sport diversi, così mi piacerebbe che fossero gli stadi e gli spazi attorno.

Le lancio una provocazione: sarebbe utile abolire la retrocessione? Giocare unicamente per raggiungere le prime posizioni?

No, no, non sono d’accordo. Chi gioca meno bene è giusto che gareggi in un altro torneo.

Come è nato il suo interesse per la società calcistica leccese?

Nel ‘94 vedevo deperire il nostro calcio e siccome sono un tifoso accesissimo: vado allo stadio da quando avevo cinque anni…

Si narra che allo stadio non si contenga…

Ora mi contengo, ho imparato a farlo. Insomma in quel periodo il calcio era in un momento nero e sentì come un dovere sociale riportare in alto la nostra squadra.

In che senso un dovere sociale? Ritiene di aver avuto molto dalla vita e per questo sente di dover fare qualcosa per la collettività?

In quel momento non avevo molto, certamente avevo più di quel che molti hanno. Volevo dare alla città un’immagine diversa convinto come sono che il calcio è uno sport che avvicina gli uomini, incrementa il turismo, svolge insomma un ruolo sociale. Questo mio senso civico, chiamiamolo così, è parte di me, da questo è nata anche la Fondazione Semeraro. È vero, ho voluto restituire alla città qualcosa che aveva dato prima alla nostra famiglia.

Eppure lei ha sottolineato di non sentirsi amato da questa città. Questa considerazione fece maturare la decisione di vendere la società. C’è una frattura tra lei e i leccesi?

Non parlerei di frattura, o meglio con una parte della tifoseria certamente. Alla guida della società c’era mio figlio e vedere attaccata la famiglia in modo così cruento… mi ha fatto molta impressione l’ultima aggressione che ho subito. Ero andato a vedere una partita della Primavera del Lecce e un’intera tribuna, fatta dai soliti ultrà, mi si scagliò contro. Tra questi, uno mi ha colpito: avrà avuto una trentina d’anni, era in compagnia della sua ragazza e mi urlava contro come se gli avessi ucciso il padre e la madre. Non riuscivo a capire la sua violenza a tutto campo sulla mia persona.

Con che animo riprende le redini del Lecce?

Con l’animo dell’esploratore.

Animato da uno spirito pionieristico?

Diciamo così.

È lo stesso spirito che le fece intraprendere l’avventura con la Banca del Salento?

La banca non è stata fondata da noi, ma dal Ministro Grassi nel ‘48. Fu mio padre, che credeva nell’attività bancaria, a mandarmi con il Direttore Generale dell’epoca, mentre ero in viaggio di nozze, un telegramma per annunciarmi che ero stato nominato componente del consiglio d’amministrazione.

Quanti anni aveva? 

Ventott’anni e in consiglio mi ritrovai con uomini dell’età media di novant’anni. Durante le riunioni accadeva che qualcuno si addormentasse.

Da consigliere ad azionista di maggioranza, come è accaduto?

Il 30 marzo del 1967 scoppiò uno scandalo nella Banca del Salento, perché i vertici avevano permesso a funzionari, impiegati, direttore generale e clienti di ordire una truffa che era pari al 40% della raccolta dei libretti e dei conti correnti.

Vecchio vizio…

Questi signori erano riusciti a frodare la banca per due miliardi. L’amministratore della banca all’epoca era Guglielmo Grassi Orsini, che era di casa  con il Governatore della Banca D’Italia Guido Carli. Il Governatore era una creatura del Ministro Grassi, per questo Grassi Orsini entrava senza bussare nella stanza del Governatore. Così la banca non fu commissariata e fu concesso di mettere insieme un capitale sociale di un miliardo a cui parteciparono la Banca Vallone, la Banca Venturi e noi. Il mio grande progetto era di unificare queste tre banche. Fui nominato amministratore delegato e convinsi il Dott. Venturi a vendermi la sua partecipazioni, pensi che feci quest’acquisto in macchina e non avendo blocchetto d’assegni firmai un assegno della Banca Venturi. La Banca Vallone, non credeva nelle possibilità della Banca del Salento e vendette a un pool in cui c’erano Montinari, Gorgoni. Riuscimmo a risollevare la banca.

Come è riuscito a realizzare un progetto tanto ambizioso, per l’epoca e per questa terra, come la Banca del Salento?

Quando siamo entrati in quell’avventura Roberto Calvi era vice direttore della Banca Commerciale di Lecce e andammo da lui per farci consigliare. Era convinto che io dovessi andare a New York, cosa che non avevo alcuna voglia di fare essendo diventato padre da appena due mesi. In realtà per lui eravamo troppo piccoli perché si soffermasse a studiare la nostra realtà. In quel periodo lui si occupava di cose importantissime, al punto che ci ha rimesso l’osso del collo. La nostra banca è cresciuta da sola, perché eravamo accoglienti… ho subito voluto depennare quel concetto di austerità, di distanza… le nostre filiali erano colorate, c’era l’ottone, dovevano essere dei salotti in cui si discuteva di affari e non dei templi del denaro. Io accoglievo i clienti e con loro parlavo dei loro problemi, della loro vita. Era una banca moderna e all’avanguardia.

Un progetto di marketing innovativo per quei tempi.

Nel ‘72 confidai a un mio amico che ero preoccupato per i miei impiegati così seri in giacca e cravatta e che avrei potenziato le assunzioni femminili. Negli anni ottanta il 36% del personale era formato da donne. Nel progetto della Banca del Salento ho espresso il mio modo d’essere e ho avuto delle intuizioni fortunate.        

Vuole smitizzare quello che realizzato?

È vero, io smitizzo tutto. Sono convinto che il vero segreto è sapersi circondare da uomini in gamba.

Poi ha abbandonato questa sua creatura. Non voglio tornare ai dettagli di cui si è già ampiamente parlato, ma la ragione profonda di questa scelta qual è stata?

In quegli anni la Banca d’Italia premeva molto per le fusioni. Abbiamo cercato di trovare un partner in un’assicurazione, ma il progetto prevedeva investimenti per 300 miliardi quindi troppo ambizioso per le nostre forze. È accaduto anche che l’interesse per rilevare la nostra banca sia stato elevato e quindi abbiamo venduto.

L’ha vissuta con serenità.

Tantissima serenità. Le cose si fanno, si vendono, se ne fanno altre.      

 

 

 


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