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LIBRI/ "Zorro": storia di una vita libera e maledetta
Il libro di Margaret Mazzantini

  
di Giorgia CIPELLI

“Zorro”: storia di una vita libera e maledetta

Ci siamo noi, sempre ben vestiti, lavati e profumati. Sempre così carini, con il sorriso chic, “il mocassino aeoridinamico, con il pile idropellente, con l’occhiale di tendenza”. E poi ci sono loro: fagotti ai bordi delle strade con i vestiti puzzolenti, l’alito che sa di alcool, un piattino per le monetine. I cosiddetti barboni, gli uomini di strada, quelli per cui la vita “è un giorno, uno solo, dall’alba al tramonto, e amen”. E così Margaret Mazzantini, dopo il successo di “Non ti muovere”, con “Zorro – un eremita sul marciapiede” penetra ancora una volta nella vita e nei pensieri di un uomo, un disadattato, uno di quegli ultimi che aspettano il momento in cui saranno considerati ‘i primi’. E intanto se ne stanno rannicchiati sui marciapiedi, guardano noi camminare verso i negozi di lusso, verso la casa spaziosa ed elegante, tutti felici con l’ultimo capo firmato nella borsa, con il cellulare che squilla sempre.

In questo libro, una partitura teatrale scritta dalla Mazzantini per il marito attore Sergio Castellitto, si racconta la storia di Zorro, un clochard, che vive alla giornata, osserva il viavai dei passanti, ricorda con continui flash back la propria vita ‘normale’ prima di finire sulla strada. “Zorro” è una storia urbana, di quelle estremamente difficili da raccontare perché si rischia di cadere o nel banale o nella compassione. La Mazzantini, invece, con una penna sagace ma non troppo, fotografa la condizione del barbone come una discreta cronista, entrando in contatto realmente, prima della stesura, con un senzatetto di nome Zorro. “I barboni – sostiene l’autrice – sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca. Perché forse ci manca quell’andare silenzioso totalmente libero, quel deambulare perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell’orologio”.

Zorro, insomma, è uno come noi, uno che aveva una vita normale, una madre brava a cucinare, una sorella premurosa. E, per una serie di contingenze, il destino ha voluto che finisse in mezzo alla strada, a lavarsi nelle fontane della città, a dormire alla stazione, a mangiare alla mensa delle suore. Ma conserva una dignità, una consapevolezza della propria misera situazione, che lo rendono spensierato e vivo come un qualsiasi altro uomo. E’ un barbone che odia sentirsi escluso dalla categoria dei ‘normali’: “Normale è una parola storta. Parliamo di frequenza e infrequenza, così mi sta meglio. Io sono un infrequente”.

Zorro, quindi, vive la sua seconda vita, una sorta di destino di riserva. Nel deragliamento quotidiano, nella dimensione della strada, che è vita dura, inclemente, addiaccio, dove si invecchia subito, dove si muore senza fare testamento, c’è anche una scelta di libertà. Libertà pura, autentica, senza i nostri limiti. Senza le telefonate da chi vuole sempre sapere dove siamo, senza i programmi da rispettare, gli orari, le convenzioni. Lasciare i pensieri liberi di andarsene. Lo sa questo barbone che dice “Una mattina ti svegli e t’accorgi che un po’ di vita ti è tornata dentro, magari dal buco di un sogno, o dal buco di una bottiglia…apri gli occhi e sei neo-nato…e questa vita qua la rispetti più dell’altra. Sei piccolo, bisognoso, ma già sapiente”. Lo sa il lettore. E la stessa autrice, scrivendo “Perché i barboni sono come certi cani, ti guardano e vedi la tua faccia che ti sta guardando, non quella che hai addosso, magari quella che avevi da bambino, quella che hai certe volte che sei scemo e triste. Quella faccia affamata e sparuta che avresti potuto avere se il tuo spicchio di mondo non ti avesse accolto. Perché in ogni vita ce n’è almeno un’altra”.

Il libro di Margaret Mazzantini non è un antidoto al problema dei senzatetto, né un modo per scuotere la coscienza e indurci a cambiare. Come potremmo cambiare noi, come potremmo rinunciare ai nostri vestiti, alle comodità, ai televisori, ai soldi? E sarebbe giusto? “Zorro” non è un monito a donare la monetina al barbone e lavarci la coscienza. Semplicemente il destino agisce in modo imprevedibile sugli uomini: alcuni fanno carriera, altri cadono in disgrazia. Si può fare poco. Ma se anche il frettoloso correre del mondo ci prende tempo, profumi, sapori, ricordi, uno sguardo per accorgerci di quanto ci sta intorno (e non solo davanti), noi dobbiamo essere capaci a non lasciarci prendere anche il cuore e le parole.

 

 

 


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