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LIBRI/ "Zorro": storia di una vita libera e maledetta |
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Ci siamo noi, sempre ben
vestiti, lavati e profumati. Sempre così carini, con il sorriso chic, “il
mocassino aeoridinamico, con il pile idropellente, con l’occhiale di tendenza”.
E poi ci sono loro: fagotti ai bordi delle strade con i vestiti puzzolenti,
l’alito che sa di alcool, un piattino per le monetine. I cosiddetti barboni,
gli uomini di strada, quelli per cui la vita “è un giorno, uno solo, dall’alba
al tramonto, e amen”. E così Margaret Mazzantini, dopo il successo di “Non ti
muovere”, con “Zorro – un eremita sul marciapiede” penetra ancora una volta
nella vita e nei pensieri di un uomo, un disadattato, uno di quegli ultimi che
aspettano il momento in cui saranno considerati ‘i primi’. E intanto se ne
stanno rannicchiati sui marciapiedi, guardano noi camminare verso i negozi di
lusso, verso la casa spaziosa ed elegante, tutti felici con l’ultimo capo
firmato nella borsa, con il cellulare che squilla sempre. In questo libro, una partitura
teatrale scritta dalla Mazzantini per il marito attore Sergio Castellitto, si
racconta la storia di Zorro, un clochard, che vive alla giornata, osserva il
viavai dei passanti, ricorda con continui flash back la propria vita ‘normale’
prima di finire sulla strada. “Zorro” è una storia urbana, di quelle
estremamente difficili da raccontare perché si rischia di cadere o nel banale o
nella compassione. La Mazzantini, invece, con una penna sagace ma non troppo,
fotografa la condizione del barbone come una discreta cronista, entrando in
contatto realmente, prima della stesura, con un senzatetto di nome Zorro. “I
barboni – sostiene l’autrice – sono randagi scappati dalle nostre case, odorano
dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci
manca. Perché forse ci manca quell’andare silenzioso totalmente libero, quel
deambulare perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel
fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell’orologio”. Zorro, insomma, è uno come noi,
uno che aveva una vita normale, una madre brava a cucinare, una sorella
premurosa. E, per una serie di contingenze, il destino ha voluto che finisse in
mezzo alla strada, a lavarsi nelle fontane della città, a dormire alla stazione,
a mangiare alla mensa delle suore. Ma conserva una dignità, una consapevolezza
della propria misera situazione, che lo rendono spensierato e vivo come un
qualsiasi altro uomo. E’ un barbone che odia sentirsi escluso dalla categoria
dei ‘normali’: “Normale è una parola storta. Parliamo di frequenza e
infrequenza, così mi sta meglio. Io sono un infrequente”. Zorro, quindi, vive la sua
seconda vita, una sorta di destino di riserva. Nel deragliamento quotidiano,
nella dimensione della strada, che è vita dura, inclemente, addiaccio, dove si
invecchia subito, dove si muore senza fare testamento, c’è anche una scelta di
libertà. Libertà pura, autentica, senza i nostri limiti. Senza le telefonate da
chi vuole sempre sapere dove siamo, senza i programmi da rispettare, gli orari,
le convenzioni. Lasciare i pensieri liberi di andarsene. Lo sa questo barbone
che dice “Una mattina ti svegli e t’accorgi che un po’ di vita ti è tornata
dentro, magari dal buco di un sogno, o dal buco di una bottiglia…apri gli occhi
e sei neo-nato…e questa vita qua la rispetti più dell’altra. Sei piccolo,
bisognoso, ma già sapiente”. Lo sa il lettore. E la stessa autrice, scrivendo
“Perché i barboni sono come certi cani, ti guardano e vedi la tua faccia che ti
sta guardando, non quella che hai addosso, magari quella che avevi da bambino,
quella che hai certe volte che sei scemo e triste. Quella faccia affamata e
sparuta che avresti potuto avere se il tuo spicchio di mondo non ti avesse
accolto. Perché in ogni vita ce n’è almeno un’altra”. Il libro di Margaret Mazzantini
non è un antidoto al problema dei senzatetto, né un modo per scuotere la
coscienza e indurci a cambiare. Come potremmo cambiare noi, come potremmo
rinunciare ai nostri vestiti, alle comodità, ai televisori, ai soldi? E sarebbe
giusto? “Zorro” non è un monito a donare la monetina al barbone e lavarci la
coscienza. Semplicemente il destino agisce in modo imprevedibile sugli uomini:
alcuni fanno carriera, altri cadono in disgrazia. Si può fare poco. Ma se anche
il frettoloso correre del mondo ci prende tempo, profumi, sapori, ricordi, uno
sguardo per accorgerci di quanto ci sta intorno (e non solo davanti), noi
dobbiamo essere capaci a non lasciarci prendere anche il cuore e le parole.
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