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La sconfitta di Fini
  
di Gabriele VERGALLO

Il referendum sulla procreazione medicalmente assistita, svolto il 12 e 13 giugno, è uno di quelli che ha diviso il Paese

Il referendum sulla procreazione medicalmente assistita, svolto il 12 e 13 giugno, è uno di quelli che ha diviso il Paese. Una divisione che ha tracciato il confine netto ed insuperabile di due Italie che marciano in direzioni opposte. Importante come questa consultazione, a nostra memoria, ci sono solo quelle relative all’aborto, al divorzio, e scavando bene nella memoria vi è quella relativa alla scelta tra repubblica e monarchia. Uno di quegli appuntamenti che coinvolgono i partiti, il mondo religioso, laico, l’associazionismo  e le coscienze. L’esito che ha visto bocciato il fronte referendario, la percentuale dei votanti è stata pari al 25,9% ( il 15% in Puglia), che non ha visto il raggiungimento del quorum. Gli Italiani quindi non hanno ritenuto opportuno modificare la legge n. 40 del 19 febbraio 2004, abrogandola in alcune sue parti, e tener strette quelle garanzie che la stessa offre in materia di fecondazione.

Ma, venendo al dibattito politico, si è vista la frantumazione di ogni residua forma di unità politica all’interno delle coalizioni e addirittura dei partiti. A sinistra, ancora una volta, il professor Prodi, leader dell’Unione e promotore del voto, ha “bisticciato” con Francesco Rutelli, leader supremo della Margherita e sostenitore, quale rappresentante di una forza moderata di ispirazione cristiana, dell’astensionismo consapevole e militante. Ma la vera tragedia, l’ennesima, è quella che si sta consumando nel fronte opposto, in casa Alleanza Nazionale, che dopo le esternazioni “personali” di Gianfranco Fini circa le sue intenzioni di voto, 3 sì e 1 no, ha visto consumarsi una vera e propria separazione in casa. Tutto il partito, la classe dirigente, i militanti ed i simpatizzanti, impegnati nella campagna per il non voto, svolta con incontri, banchetti nelle piazze e adesioni ai comitati per l’astensione, ha voltato le spalle al proprio leader.

La situazione, ora, è fuori controllo e qualcuno chiede la resa dei conti. Un confronto che porti il presidente di Alleanza Nazionale, a distanza di dieci anni, a riconfermare le scelte sottoscritte nel documento costitutivo di Fiuggi, al rinnovo del rispetto dei valori umani e della vita. Ma non sarà un semplice confronto, sarà la resa dei conti. I primi esiti post-elettorali non hanno tardato ad arrivare: il ministro Gianni Alemanno, vicepresidente di Alleanza Nazionale, ed il sottosegretario salentino Alfredo Mantovano, membro dell’esecutivo nazionale e coordinatore regionale pugliese di An, hanno rassegnato le proprie dimissioni dagli incarichi di partito. Una decisione di quelle clamorose, di quelle che non passano inosservate e sono destinate a lasciare un lungo strascico nel mondo della destra italiana. Attorno alla figura del ministro Alemanno si sta rinsaldando tutta quella parte di destra che in Gianfranco Fini e nelle sue scelte proprio non si riconosce più. I cattolici di estrazione democristiana come Publio Fiori, i cattolici provenienti da Alleanza Cattolica, ma anche vecchi militanti come Buontempo e  Storace, oltre a tantissimi parlamentari, in occasione dell’assemblea nazionale di An, prevista per i prossimi giorni non accoglieranno certamente il vicepremier con applausi ed abbracci.

E l’aria pesante è tutta nelle parole di Alemanno: <<Non si può far finta di niente, i valori che oggi hanno vinto con il referendum, sono quelli nei quali la gran parte del popolo italiano si riconosce e da cui invece il vertice del partito si è discostato>>. Affermazioni pesanti che invitano Fini a mettersi in discussione come tutti quanti. È nella logica della politica, ed è un atto dovuto che per la prima volta mette in discussione il “delfino”, monarca indiscusso per oltre 15 lunghi anni del regno della destra italiana. E Gianfranco Fini? È sicuro di sé e delle sue scelte:<<Non ci penso per niente alle dimissioni, questo è poco ma sicuro. Ho la certezza di aver agito secondo coscienza, non mi sono mai chiesto se votare sì era politicamente utile. Resto convinto che votare sì era il modo migliore per aiutare la ricerca scientifica e la salute della madre. Non ho la pretesa di imporre questo mio punto di vista ad altri, ma altrettanto non vedo per quale motivo, nella libertà di coscienza, avrebbero dovuto imporre a me comportamenti diversi>>. Questa è la posizione di Fini, opinioni che gli hanno dato il lustro degli apprezzamenti di Fassino e del radicale Capezzone. Ma se a sinistra qualcuno  si spinge fino ad apprezzare il ministro degli esteri di An, e questo è un fatto a dir poco eccezionale, a destra più di qualcuno è certo che il proprio presidente abbia imboccato la via sbagliata e quando si parla di valori non ci sono sconti per nessuno. Sembrerebbe un vero e proprio impeachement, con due visioni della destra che non riescono ad incontrarsi: Fini ed i suoi “colonnelli” (Gasparri, La Russa, Matteoli, Urso e Landolfi) ed il resto del partito che fa fronte comune con il giovanissimo ministro Alemanno. Che dopo tanto regnare si sia finalmente aperta la successione?        

 

 


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