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La sconfitta di Fini |
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Il referendum sulla procreazione
medicalmente assistita, svolto il 12 e 13 giugno, è uno di quelli che ha diviso
il Paese. Una divisione che ha tracciato il confine netto ed insuperabile di
due Italie che marciano in direzioni
opposte. Importante come questa consultazione, a nostra memoria, ci sono solo
quelle relative all’aborto, al divorzio, e scavando bene nella memoria vi è
quella relativa alla scelta tra repubblica e monarchia. Uno di quegli
appuntamenti che coinvolgono i partiti, il mondo religioso, laico,
l’associazionismo e le coscienze.
L’esito che ha visto bocciato il fronte referendario, la percentuale dei
votanti è stata pari al 25,9% ( il 15% in Puglia), che non ha visto il
raggiungimento del quorum. Gli Italiani quindi non hanno ritenuto opportuno
modificare la legge n. 40 del 19 febbraio 2004, abrogandola in alcune sue
parti, e tener strette quelle garanzie che la stessa offre in materia di
fecondazione. Ma, venendo al dibattito
politico, si è vista la frantumazione di ogni residua forma di unità politica
all’interno delle coalizioni e addirittura dei partiti. A sinistra, ancora una
volta, il professor Prodi, leader dell’Unione e promotore del voto, ha
“bisticciato” con Francesco Rutelli, leader supremo della Margherita e
sostenitore, quale rappresentante di una forza moderata di ispirazione
cristiana, dell’astensionismo consapevole e militante. Ma la vera tragedia,
l’ennesima, è quella che si sta consumando nel fronte opposto, in casa Alleanza
Nazionale, che dopo le esternazioni “personali” di Gianfranco Fini circa le sue
intenzioni di voto, 3 sì e 1 no, ha visto consumarsi una vera e propria
separazione in casa. Tutto il partito, la classe dirigente, i militanti ed i
simpatizzanti, impegnati nella campagna per il non voto, svolta con incontri,
banchetti nelle piazze e adesioni ai comitati per l’astensione, ha voltato le
spalle al proprio leader. La situazione, ora, è fuori
controllo e qualcuno chiede la resa dei conti. Un confronto che porti il
presidente di Alleanza Nazionale, a distanza di dieci anni, a riconfermare le
scelte sottoscritte nel documento costitutivo di Fiuggi, al rinnovo del
rispetto dei valori umani e della vita. Ma non sarà un semplice confronto, sarà
la resa dei conti. I primi esiti post-elettorali non hanno tardato ad arrivare:
il ministro Gianni Alemanno, vicepresidente di Alleanza Nazionale, ed il
sottosegretario salentino Alfredo Mantovano, membro dell’esecutivo nazionale e
coordinatore regionale pugliese di An, hanno rassegnato le proprie dimissioni
dagli incarichi di partito. Una decisione di quelle clamorose, di quelle che
non passano inosservate e sono destinate a lasciare un lungo strascico nel
mondo della destra italiana. Attorno alla figura del ministro Alemanno si sta
rinsaldando tutta quella parte di destra che in Gianfranco Fini e nelle sue
scelte proprio non si riconosce più. I cattolici di estrazione democristiana
come Publio Fiori, i cattolici provenienti da Alleanza Cattolica, ma anche
vecchi militanti come Buontempo e Storace,
oltre a tantissimi parlamentari, in occasione dell’assemblea nazionale di An,
prevista per i prossimi giorni non accoglieranno certamente il vicepremier con
applausi ed abbracci. E l’aria pesante è tutta nelle
parole di Alemanno: <<Non si può far finta di niente, i valori che oggi
hanno vinto con il referendum, sono quelli nei quali la gran parte del popolo
italiano si riconosce e da cui invece il vertice del partito si è
discostato>>. Affermazioni pesanti che invitano Fini a mettersi in
discussione come tutti quanti. È nella logica della politica, ed è un atto
dovuto che per la prima volta mette in discussione il “delfino”, monarca
indiscusso per oltre 15 lunghi anni del regno della destra italiana. E
Gianfranco Fini? È sicuro di sé e delle sue scelte:<<Non ci penso per
niente alle dimissioni, questo è poco ma sicuro. Ho la certezza di aver agito
secondo coscienza, non mi sono mai chiesto se votare sì era politicamente
utile. Resto convinto che votare sì era il modo migliore per aiutare la ricerca
scientifica e la salute della madre. Non ho la pretesa di imporre questo mio
punto di vista ad altri, ma altrettanto non vedo per quale motivo, nella
libertà di coscienza, avrebbero dovuto imporre a me comportamenti
diversi>>. Questa è la posizione di Fini, opinioni che gli hanno dato il
lustro degli apprezzamenti di Fassino e del radicale Capezzone. Ma se a
sinistra qualcuno si spinge fino ad
apprezzare il ministro degli esteri di An, e questo è un fatto a dir poco
eccezionale, a destra più di qualcuno è certo che il proprio presidente abbia
imboccato la via sbagliata e quando si parla di valori non ci sono sconti per
nessuno. Sembrerebbe un vero e proprio impeachement,
con due visioni della destra che non riescono ad incontrarsi: Fini ed i suoi
“colonnelli” (Gasparri, La Russa, Matteoli, Urso e Landolfi) ed il resto del
partito che fa fronte comune con il giovanissimo ministro Alemanno. Che dopo
tanto regnare si sia finalmente aperta la successione?
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