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False professionalità: italiani nelle grinfie di ciarlatani
  
di Loris GASTALDO

PROFESSIONALITA’ E TITOLI

L’ennesima scoperta di professione esercitata “abusivamente”, dopo avvocati, dentisti, medici e ora anche un ricercatore, lascia perplessi perché ci si chiede se sia così facile entrare in determinati ambienti professionali che sono delle vere e proprie congregazioni, e svolgere per anni un lavoro spesso di altissimo livello. Viene da pensare che è facile finire nelle grinfie di ciarlatani, quando va bene. E forse è vero. Ma è spesso vero il contrario: di frequente si capita nelle mani di “professionisti” con tutti i titoli e che non sono assolutamente in grado di svolgere appieno il loro lavoro. Non è certo infrequente, nei corridoi degli ospedali, carpire voci che indicano qualche medico come non affidabile e che, non potendo adibirlo a compiti di “ricerca” (di come non fare danni!) viene incaricato di fare solo medicazioni o partecipare al giro visite senza intervenire. Oppure di qualche avvocato che sembra lavori per la controparte, conseguendo sentenze perse anche se vinte in partenza. E gli esempi potrebbero continuare. Tutti questi hanno i “titoli” per esercitare la “professione”, hanno studi ed esami, tirocinio e concorso vinto.

Ma alla prova dei fatti nessuno si metterebbe consapevolmente nelle loro mani. Poi vengono alla luce casi come quello del ricercatore finito nella cronaca in questi giorni: vent’anni e forse più di lavoro, cinquanta pubblicazioni sui suoi studi, presenze non come uditore a convegni internazionali, apprezzamento in tutto il mondo. E non ha la laurea. Ha commesso un reato: truffa. Ma con quanti risultati positivi? Con quanti passi avanti nella ricerca grazie alle sue capacità? Viene da chiedersi: è giusto vincolare il lavoro ad un titolo di studio che a volte (le cronache sono ricche di casi) è “comprato” o che pure frutto di lunghi studi accademici, con grande impegno e dedizione, ma alla prova dei fatti il titolato non ha alcuna capacità pratica ed è solo un “portatore sano di laurea”? o, ancora, quanti non esercitano una professione che corrisponde agli studi effettuati? È forse scoprire l’acqua calda dire che molti dei percorsi di studio servono relativamente all’inserimento nel mondo del lavoro. Certo per alcuni settori un percorso didattico è fondamentale, medicina ed ingegneria, ad esempio, e molte altre, in verità, ma non sempre è vero il contrario, come abbiamo visto, quindi un laureato in medicina, in ingegneria o in giurisprudenza molte volte non è all’altezza del titolo. Se vengono alla luce questi casi di usurpazione di titolo, normalmente non avviene perché c’è stato un problema, ma perché qualcuno “scopre” per caso il “malfattore”. E allora giù, polemiche, critiche, azioni penali. Con il risultato che, se è vero che ha esercitato illegalmente, è anche vero che ha fatto bene il suo “lavoro” e, normalmente, chi ne ha beneficiato, si guarda bene dal lamentarsene. Non sarebbe forse il caso di pensare di “regolarizzare” tutti coloro che ancora nell’ombra esercitano in questo modo, proponendo una sanatoria sul passato e un percorso breve per dotare di titolo chi ha esperienza, capacità e professionalità? Alla fine si tratterebbe semplicemente di convalidare una situazione di fatto. Qualcuno, sulla stampa, ha già parlato di Laurea ad Honorem, che potrebbe essere anche una soluzione, con, però, la possibilità di esercitare, cosa che ai titolati Honoris Causa non è permessa.

Il problema forse è nelle corporazioni, che difendono la categoria con paletti che sono solo formali e, spesso, negazione della realtà. Avere una o più lauree non significa avere le capacità di svolgere una professione, non significa avere le capacità intellettive per mettere in pratica quello che si è studiato e non significa, purtroppo sempre più spesso, nemmeno avere cultura. La laurea sta diventando sempre di più una attestazione di aver svolto un percorso, nemmeno il voto ha più la rilevanza di una volta, oggi molto conta il tempo impiegato per il percorso. Ma aver imparato a menadito decine di tomi, trattati, dispense e quant’altro rimane arido cumulo di nozioni senza una elasticità mentale, sintomo di acutezza ed intelligenza, che consenta di applicarle nel lavoro e nella vita quotidiana. Gli esseri umani, uguali per diritti e doveri, non sono anche uguali davanti all’intelligenza e la cultura, se è un diritto, non pareggia i conti. In tutti i campi: dall’insegnamento alla progettazione, dalla gestione di aziende o tecnologie alla cura del malato, alla ricerca scientifica. Oggi perdere le capacità di quel ricercatore “abusivo” è certamente un danno, forse, davanti all’utilità ed alla proficuità del suo lavoro, è un “reato” contro il nostro interesse, più grave del reato effettivamente da lui commesso. La questione che si pone è molto semplice: abbiamo il diritto di privarcene? Abbiamo il diritto di togliere ad un settore di primaria importanza come la ricerca nel campo della medicina un elemento di tali capacità? Qualcuno dovrebbe farsi carico del problema e trovare una soluzione che vada nel verso di ciò che è meglio per il cittadino e per la comunità.

 

 

 


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