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La malinconica allegria di Franco Gentilini |
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“I veri pittori dovrebbero divertirsi.
Quelli che si strappano i capelli perché mancano di ispirazione mi fanno
ridere”. E’ una illuminante dichiarazione, con cui ci introduce ad una lettura
immediata della sua arte e della sua personalità, che l’artista romagnolo
Franco Gentilini (Faenza 1909 – Roma 1981) fece nel 1975 a Franco Simongini nel
corso dello storico programma della RAI “Come nasce un’opera d’arte”. Di questo
importante protagonista del Novecento italiano (che soleva affermare: “Non
lavoro, sogno”) ricorre quest’anno il centenario della nascita ed è il Museo
Pericle Fazzini di Assisi il primo a ricordare l’anniversario con una bella
mostra curata da Giuseppe Appella, allestita nelle sale del secentesco Palazzo
del Capitano del Perdono a Santa Maria degli Angeli (catalogo De Luca Editori
d’Arte). La mostra, che poi in giugno approderà, arricchita di materiali che
evidenziano lo stretto rapporto dell’artista con i poeti e gli scrittori, al
Castello Malatestiano di Longiano (Forlì), sede della Fondazione Tito Balestra,
accoglie cinquanta opere (dipinti, disegni, collages,
opere grafiche), oltre ad un dovizioso apparato di immagini e documenti, che
ripercorrono, dal 1944 al 1980, ormai fuori da tutti i legami con la “Scuola
Romana” e da ogni confronto con i maestri del Novecento, la formazione di un
linguaggio personalissimo, attento alle avanguardie europee che da Ensor e Van
Gogh pervengono a Picasso e Gris, senza mai perdere l’originale ritmo italiano
della fantasia. Una delle
prime intuizioni di Gentilini, dai tempi del trasferimento a Roma (dove approdò
definitivamente nel 1932 dopo avervi trascorso alcune intensissime settimane tre
anni prima), è la misteriosa componente architettonica del paesaggio italiano,
subito adattata al suo racconto senza tradire due amori giovanili: l’antico e
il popolare insiti in tutto ciò che ci circonda. Su questa fortunata
innovazione poetica, Gentilini innesterà oggetti e figure solo apparentemente
abbandonati nello spazio, perché, invece, un sottile filo – l’architettura
sotterranea – li allaccia in una ragnatela di rapporti senza palesare la magica
sospensione che li tiene insieme. Già da questo
prima occasione le immagini mostrano i tratti di una scoperta che, spenti gli
effetti del Futurismo e della Metafisica, abbandonate le chimere dell’Arcaismo,
costringe a scegliere mezzi nuovi, a fare del disegno l’elemento più idoneo per superare i due termini, astratto e
figurativo, rendendo astratta la realtà delle sue fiabe. Ecco perché usa
metriche nuove, che gli permettono di “scendere in profondità, alle sorgenti di
un valore figurativo libero”. Per cui diventa allora indispensabile per lui la
ricerca di amici poeti con cui confrontarsi (Libero De Libero, Leonardo Sinisgalli,
Raffaele Carrieri e Alfonso Gatto, certamente i più vicini e sensibili all’arte),
e il misurarsi con le problematiche formali del Cubismo e quelle sentimentali e
morali dell’Espressionismo, per coniugare con inesplorati linguaggi, nuove
suggestioni estetiche e vocazioni fantastiche il suo “fondo” genuinamente
realistico. Il meccanismo
espressivo di Gentilini, come fa notare Appella, è per la chiarezza solare,
perciò il pittore faentino è portato ad esplorare le cose anche a livello
esistenziale, nel loro flusso temporale. Ogni riferimento culturale è
spezzettato e riportato nella realtà quotidiana, spogliato attraverso l’uso del
collage che sperpera i ricordi rendendo inedito l’usuale. Ecco che allora curiosità,
predilizioni, scoperte, tentazioni sono tracciate, con una abilità allegra, da
un segno che non forza mai le sue intuizioni pur indagandole lungamente e
minuziosamente nelle sue espressioni: cartoline d’Italia, bengodi, luna park, giardino incantato, memorie
d’infanzia, amici poeti e pittori dai lunghi sodalizi, segni di antiche mappe,
episodi autobiografici, teatrini, banchetti, cattedrali. La ragnatela
sotterranea della poesia rende possibile ciò che Ungaretti chiamava “teatro italiano”, de Mandriargues “teatro
dell’esistenza” e Sinisgalli “un mondo in vacanza o in amore, di piaceri
infantili e semplici, un mondo che non vorrebbe morire o pensa che non morirà
mai”. Quella di
Gentilini è una pittura malinconica e allegra insieme. I suoi quadri, situati
tra sogno e realtà, rimangono un enigma che resta sempre da svelare; come ebbe
a scrivere quarant’anni fa’ sul “Messaggero” Gino Visentini, “Il mondo
singolare di Gentilini è solo apparentemente semplice, in realtà è dedotto da
suggerimenti mnemonici e sospeso tra una psicologia ingenua e riferimenti
culturali moderni e insieme arcaici”. Mentre Lorenza Trucchi, nel catalogo
della grande retrospettiva dedicata al maestro a cinque anni dalla morte nella
cornice del cinquecentesco Palazzo Venezia a Roma, faceva rimarcare nella
grazia dell’arte gentiliniana la costante presenza di “qualcosa di doloroso
nella felicità, di oscuro nella chiarezza, di tetro nella ilarità”.
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